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Ds, mozione fassino
 

leggi anche l'intervento di Gianni Paris al IV congresso dei DS a sostegno della mozione Fassino

La mozione

Per il Partito Democratico
Mozione politica per il 4° Congresso dei Democratici di Sinistra


Parte I - Perché una nuova sfida
Il nostro compito è di aprire un ciclo nuovo nella vita dell’Italia, della sua democrazia, delle sue istituzioni, con la consapevolezza delle enormi aspettative che, dopo la vittoria elettorale e la formazione del Governo Prodi, si rivolgono a noi. Serve un soggetto politico che, per la sua forza e le sue radici, sia in grado di dare una guida politica e morale all’Italia, di farla crescere, di far ritrovare al Paese fiducia in sé stesso, di ricostruire l’identità di una nazione moderna e partecipe della costruzione dell’Europa come attore mondiale. Raccogliere questa sfida è tanto più necessario in un tempo, come l’attuale, segnato da enormi cambiamenti che fanno epoca, rimescolano il mondo intero e investono anche la società italiana e il suo futuro. Questo è l'orizzonte ideale, questa la missione storica che assegniamo al "partito nuovo" che vogliamo costruire, il Partito Democratico: un nuovo soggetto politico, capace di guidare l’Italia in un passaggio storico della vita nazionale.

Indice
1. Inizia una nuova storia
2. L’Italia a un bivio
3. Una nuova tappa della "rivoluzione democratica italiana"
4. Il riformismo al Governo
5. Un nuovo pensiero per un nuovo secolo

1. Inizia una nuova storia

L’Italia è a un passaggio cruciale della sua storia. E’ in discussione il suo futuro nel mondo nuovo che si sta formando. La destra ha dimostrato in questi anni di non avere la visione ideale, il progetto culturale e politico, la classe dirigente necessaria. Tocca oggi alla sinistra, al riformismo, alle forze di progresso cogliere e interpretare il nuovo che esprime l’Italia per restituirle senso di sé e del suo futuro. Siamo consapevoli che non si tratta soltanto di sostituire una maggioranza di governo, né di realizzare una pure importante alternanza nella guida politica. Né, tanto meno, di tornare a prima del 2001, considerando l’epoca berlusconiana una infelice parentesi da dimenticare. Compito d’una politica rinnovata è di guardare più nel profondo se vuole contrastare una deriva, mobilitare le tante energie della società; offrire a ciascuno la possibilità di far valere la propria capacità; mettere in campo una nuova stagione della democrazia; riconsegnare ad una società lacerata e divisa il valore di una comune appartenenza e quei legami profondi che consentono a ciascuno di percepirsi come parte di una comunità nazionale. Il mondo, relativamente piccolo, della guerra fredda – da una parte gli Usa e un pezzo d’Europa, dall’altra il blocco sovietico e poi le grandi masse umane nell’isolamento del sottosviluppo – non esiste più. Miliardi di persone irrompono nella storia da protagonisti, l’Asia si risveglia dopo un sonno secolare, ribolle il mondo islamico, l’America latina cerca una sua strada per la crescita economica e la stabilità politica. Gli Stati Uniti faticano a difendere il loro primato. E l’Europa stenta a incidere sugli equilibri mondiali. Globalizzazione e sviluppo accelerato dei paesi emergenti ridisegnano assetti economici, relazioni tra mercati, dinamiche demografiche, mentre un utilizzo dissennato delle risorse mette a rischio lo stesso equilibrio dell’ecosistema del pianeta e i cambiamenti climatici divengono una minaccia sempre più terribile per il futuro dell’umanità. Si tratta di mutamenti che rappresentano una sfida di portata storica: l’’Italia può uscirne più forte, matura, consapevole di sé, o invece seriamente ridimensionata. Un piccolo paese in un mondo sempre più grande, dopo essere stato per tanto tempo un grande paese in un mondo più piccolo. L’Italia ce la può fare. Lo dimostra il fatto che nella seconda metà del Novecento, ha avuto una crescita che gli ha consentito di raggiungere livelli di potenza industriale e di benessere economico che pongono il nostro Paese ai primi posti nel mondo. Lo dimostra la capacità di una parte significativa del sistema imprenditoriale di ristrutturarsi – nelle dimensioni e nei prodotti – per stare in modo competitivo sui mercati aperti di oggi. E abbiamo tuttora le risorse materiali, intellettuali e morali per tornare a essere grandi, per competere sulla fascia alta dei mercati mondiali, per costruire condizioni solide e non illusorie di eguaglianza e giustizia sociale, per dare nuova linfa vitale alle istituzioni democratiche. Questo è il compito del prossimo Congresso: costruire una più grande e nuova forza riformista, di rango europeo. Il Partito Democratico. Una svolta non solo necessaria. Possibile!

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2. L'Italia a un bivio

Cinque anni di governo del centrodestra hanno aggravato i rischi di declino del paese: la crescita è scesa quasi a zero; la spesa pubblica corrente è aumentata di tre punti di pil; il livello della pressione fiscale, nonostante le promesse di riduzione, è rimasto inalterato; deficit e debito sono tornati ad aumentare. Sotto il profilo sociale si è ampliata la forbice tra ricchi e poveri. Mentre permane una irrisolta questione meridionale, è maturata anche una questione settentrionale. La verità è che sia i problemi urgenti, sia i nodi del paese di lungo periodo non sono stati neppure sfiorati. Ad essi si sono aggiunte nuove emergenze civili e democratiche, con l’attacco alla Costituzione, bocciato dai cittadini nel referendum, e con la sconsiderata riforma elettorale che ha aggravato i già seri problemi di instabilità, frammentazione e degenerazione oligarchica del sistema politico. Le istituzioni di garanzia e di tutela della legalità – a partire dalla magistratura – sono state sottoposte ad attacchi inconcepibili in un paese democratico. Si sono manifestati scandalosi intrecci tra interessi privati e pubbliche funzioni. La libertà è stata presentata come libertà “dalle” regole e non “nelle” regole. L’evasione fiscale premiata con condoni. La difesa delle regole è stata chiamata giustizialismo. L’invocazione di immunità per il potente è stata chiamata garantismo. Ne sono derivate la delegittimazione dei pubblici poteri, la mortificazione del principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, l’esplosione del particolarismo e dei conflitti di interesse, la continua ricerca di una delega plebiscitaria e deresponsabilizzante ad una leadership demiurgica. Bastano questi dati a definire un indirizzo di governo: che è stato populista, assai più che liberista, accentuando la distanza tra le istituzioni e la società civile e il diffondersi della delusione e della sfiducia dei cittadini nei riguardi della politica. In realtà la destra ha governato per cinque anni facendo leva sulle paure, sui rischi, sulle minacce, mai sulle opportunità e sulle sfide. Di nuovo, la fuga dalla responsabilità: l’esatto contrario di ciò che serve all’Italia per tornare a crescere.

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3. Una nuova tappa della “rivoluzione democratica” italiana

Il "problema italiano" è più che mai, per dirla con Gramsci, quello di una "riforma intellettuale e morale", potremmo dire di una "autoriforma civile".

Ci sono momenti nella vita delle nazioni in cui un Paese è chiamato a interrogarsi sul suo destino e a ridefinire la propria identità.

E’ accaduto agli Stati Uniti dopo la depressione del ’29; è accaduto alla Germania dopo la tragedia del nazismo, dell’olocausto e della seconda guerra mondiale; è accaduto alla Francia nella crisi della quarta Repubblica e nella perdita, con la decolonizzazione, del suo carattere imperiale; è accaduto alla Spagna nel passaggio dal franchismo alla democrazia. Accadde con la costruzione dell’Italia repubblicana dopo il crollo del fascismo.

In ognuno di questi passaggi ci sono state forze politiche – talora conservatrici, talora progressiste – che hanno interpretato la esigenza di guidare il proprio Paese nella ridefinizione della sua identità e del suo destino.

Così accade oggi all’Italia: e un passaggio così cruciale richiede una forza politica di vasto consenso elettorale, di robuste radici sociali, con una classe dirigente credibile e profondamente rinnovata che guidi l’Italia verso un nuovo approdo.

Il Partito Democratico serve per dare all’Italia una nuova stagione della democrazia.

Una democrazia economica fondata sulla trasparenza dei mercati, sulla tutela dei consumatori, sul rispetto delle regole della concorrenza e del pluralismo economico, sul dialogo sociale e su un sistema di relazioni industriali che riconosca il ruolo dei soggetti sociali e promuova la partecipazione dei lavoratori nell’impresa e nell’economia.

Una democrazia sociale fondata sull’applicazione piena dei diritti costituzionali – e in primo luogo il diritto al lavoro – sul riconoscimento dei diritti di cittadinanza, sull’universalità del welfare e dei suoi servizi, sulla inclusione e la costruzione di forti relazioni sociali, sulla valorizzazione dei tanti soggetti – dalle ONG al terzo settore, all’associazionismo della solidarietà – che ogni giorno contribuiscono alla coesione sociale.

Una democrazia politica che rinnovi la capacità delle istituzioni di rappresentare una società complessa, che valorizzi l’autonomia dei poteri locali e regionali, che sappia promuovere la cittadinanza attiva e la ricchezza del nostro tessuto civile, e al tempo stesso, dimostri di saper decidere, scegliere e governare, assumendosi tutte le responsabilità necessarie.

Insomma: una democrazia governante espressione di una nuova cultura di governo.


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4. Il riformismo al Governo

E’ innanzi tutto attraverso l’azione di governo che dobbiamo mettere alla prova la nostra funzione di classe dirigente nazionale, la nostra capacità di restituire alla politica l’intelligenza e l’autorevolezza necessarie per capire il paese e sostenerlo nel cambiamento.

Si è incominciato a farlo.

La crisi libanese è stata l’occasione per dimostrare al mondo l’immagine di un’Italia capace di assumersi le proprie responsabilità e di saper agire per promuovere pace, sicurezza, democrazia e diritti.
Un paese capace di dire no quando è convinto che una guerra – come in Irak – sia sbagliata. E capace di impegnarsi con generosità, anche con l’impiego delle sue Forze Armate, quando è convinto che insieme all’Onu, all’Unione europea, alla Nato, è possibile portare pace là dove ci sono guerre e conflitti, come nei Balcani, in Afghanistan e in Medio Oriente.

La legge Finanziaria ha messo al centro l’obiettivo di trasformare la ripresa in sviluppo duraturo, invertendo le tendenze negative di questi anni: dalla crescita zero alla ripresa economica, dall’indebitamento alla riduzione del deficit, dall’aggravarsi delle sperequazioni alla redistribuzione di redditi e all’equità fiscale.

Le liberalizzazioni, varate e in programma, sono il segno – giustamente colto dall’opinione pubblica – di una volontà di modernizzare economia e consumi e liberare risorse e opportunità.

Ed è con lo stesso obiettivo che il 2007 dovrà essere l’anno di riforme strutturali – nella previdenza, nel mercato del lavoro, nelle pubbliche amministrazioni, nei servizi sociali, nella scuola e nell’università – che consentano di modernizzare il Paese accrescendone competitività e apertura, consapevoli che l’equità sociale si realizza solo se il Paese viene liberato da incrostazioni corporative, arretratezze e rigidità che tengono chiuse porte, riducono opportunità, mortificano merito e competenza, deprimono spirito di iniziativa e volontà di realizzare le proprie aspirazioni.

Senza una riorganizzazione degli ammortizzatori sociali continueremo ad avere un mercato del lavoro rigido per i padri – che un lavoro ce l’hanno, ma se devono cambiarlo non riescono – e precario per i figli, che un lavoro lo trovano quasi sempre temporaneo, transitorio e incerto.

Senza una revisione del sistema previdenziale continueremo ad avere troppe pensioni basse e tanti giovani che una pensione non l’avranno.

Senza una riforma forte dell’università e della ricerca – che premi il merito, le qualità individuali e l’eccellenza e recuperi anche l’obiettivo di un forte investimento che la Finanziaria non è riuscita a cogliere appieno – continueremo a tenere una generazione in un umiliante parcheggio.

Senza riforme incisive nella Pubblica Amministrazione – e prima di tutto il ripristino del principio di responsabilità – il senso di estraneità e diffidenza dei cittadini verso lo Stato crescerà.

Senza quella “nuova rivoluzione industriale” – indicata dall’Unione Europea – fondata su un uso razionale delle risorse, su tecnologie pulite, sulla sostenibilità ambientale, non sarà possibile arrestare i rischi climatici e lo stesso sviluppo economico non produrrà i benefici sperati.

Dobbiamo essere consapevoli delle enormi aspettative suscitate dalla vittoria elettorale. Non ci si chiede soltanto una sana, onesta e adeguata gestione della cosa pubblica. I cittadini si aspettano un’azione di forte innovazione, di coraggiosa apertura, di liberazione di energie e risorse.

Ma l’azione di governo, da sola, non basta.
Ce lo ha insegnato, in modo definitivo, l’esperienza di dieci anni fa, quando – con i governi Prodi, D’Alema e Amato – una politica giusta ottenne risultati straordinari per l’Italia, seppe rimettere in moto energie e speranze, riuscì a portare la lira nella moneta unica, metafora di una rinascita del paese.

E tuttavia fummo sconfitti.
Parlammo allora dei limiti del “riformismo dall’alto” e di “un riformismo senza popolo”.

Non possiamo ripetere lo stesso errore dieci anni dopo.

Ed è proprio qui che è necessario un forte partito democratico e riformatore capace di assolvere a una funzione nazionale.

Serve un partito riformista la cui azione metta al centro la persona e a ogni cittadino assicuri più libertà, più opportunità, più diritti.

Un partito riformista capace di dettare le regole di una società aperta e responsabile, nella quale la insopprimibile aspirazione di ognuno a realizzare le proprie scelte di vita si accompagni alla consapevolezza dei diritti e dei doveri e al valore dell’interesse generale e dello spirito pubblico.

Un partito capace di far camminare insieme innovazione di sistema, apertura al mercato e riorganizzazione del welfare.

Un partito capace di scrivere un nuovo “patto sociale” fondato su innovazione delle imprese, modernizzazione della pubblica amministrazione e valorizzazione del lavoro.

Un partito capace di promuovere uno sviluppo sostenibile: uno sviluppo in grado riassicurare qualità della vita ed equità sociale senza compromettere l’ambiente, il clima, le risorse naturali, valorizzando anzi la qualità ambientale come fattore cruciale del benessere economico e sociale.

E’ per dare agli italiani questo soggetto riformista che nasce il Partito Democratico.

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5. Un nuovo pensiero per un nuovo secolo

Per assolvere adeguatamente a questo ruolo dovremo essere capaci di proporre un pensiero nuovo.

A cavallo del secolo anche l’Italia è passata dal lavoro fordista al lavoro flessibile, dallo Stato-nazione all’integrazione europea, dai mercati protetti alla globalizzazione, dalla crescita misurata quantitativamente alla necessità ineludibile di uno sviluppo sostenibile, dalla comunicazione scritta a internet, da nazione di emigranti a società multietnica.

Insomma, sono i tratti intorno a cui si è costruita l’esperienza della sinistra e del riformismo nel Novecento ad essere messi in discussione.

Ma ciò che non è venuto meno è quel bisogno – che fu l’anima del socialismo storico – di pensare un mondo diverso, più giusto e più umano e di lottare contro gli egoismi sociali e le discriminazioni di classe, razza, religione e genere.

Per questo abbiamo bisogno non di rinnegare il passato, ma reinventare i suoi valori, elaborando un "pensiero nuovo", capace di leggere e di raccogliere le sfide di un secolo nuovo.

Un pensiero nuovo può nascere se le diverse culture riformiste italiane – socialista, cattolico democratica, liberaldemocratica, ambientalista – vanno oltre la parzialità delle loro singole esperienze per incontrarsi e insieme, fondando il Partito Democratico, dare una rappresentanza politica unitaria al riformismo.

Serve l’unità dei riformismi, perché dinanzi alle sfide del nuovo secolo, nessuna delle grandi culture e tradizioni politiche riformatrici del Novecento può pensarsi come autosufficiente.

Solo l’incontro tra le tradizioni riformiste e il loro aprirsi le une alle altre può dare alla nostra azione politica la possibilità di comprendere, di affrontare e di vincere le sfide che l’età contemporanea pone all’intelligenza e alla coscienza dell’umanità.

Peraltro stanno alle nostre spalle le ragioni principali su cui si è fondata, lungo più di un secolo, la divisione e la competizione tra le culture riformiste e i partiti che le rappresentavano.

L’89, con la caduta del muro di Berlino, il crollo dei regimi comunisti, il tramonto delle ideologie e la fine della guerra fredda, ha reso possibile quel che prima possibile non era. Una aspirazione comune all’unità riformatrice, che non poté e non poteva realizzarsi nella stagione della guerra fredda e del conflitto tra sistemi ideologici e politici.

Per parte nostra abbiamo fatto nascere il Pds, facendolo aderire al Pse, e poi con i DS ci siamo ulteriormente aperti all’apporto di diverse culture riformiste.

La crisi della DC, a sua volta, ha sollecitato la ricollocazione delle sue correnti popolari e sociali nel campo del riformismo e la nascita della Margherita.

Ma l’ aspirazione all’unità per concretizzarsi non poteva tradursi soltanto in una somma delle vecchie storie con i loro limiti e le loro insufficienze, ma doveva essere l’inizio di una nuova storia.

L’Ulivo è stato il luogo dell’incontro, consentendo alle diverse culture politiche riformiste – che nel corso del ‘900 si erano aspramente combattute – di riconoscersi reciprocamente e di elaborare una comune lettura della società italiana e un comune progetto politico per l’Italia.

E l’Ulivo è stato anche il luogo di incontro dei riformismi laici con il riformismo di matrice cattolica, con la consapevolezza di quanto decisivo e strategico sia nella storia dell’Italia, e per il suo futuro, il mondo cattolico e di come una alternativa democratica e di progresso sia assai più difficile se quel mondo volge il suo sguardo a destra.

Davanti a noi adesso c’è l’ultimo tratto di strada, il passo più complesso e ambizioso: un “partito nuovo” – e non semplicemente il rinnovamento dei partiti esistenti – per interpretare e guidare i cambiamenti e aprire così una nuova stagione della democrazia italiana.

Sappiamo che questo traguardo è ancora davanti a noi.
Sappiamo soprattutto che a questo traguardo non potremo arrivare da soli.

Sappiamo che a questo traguardo ci spinge la nostra storia recente e ci spingono le radici profonde che abbiamo alle spalle: l’aspirazione ad un’unità più grande e più piena.

Oggi il tempo è maturo, per dar vita insieme ad altre forze politiche e organizzazioni sociali e culturali, su un piano di pari dignità, a quel partito nuovo che il paese domanda. Solo in questo modo, la lunga transizione italiana che ha preso le mosse nell’89, potrà dirsi compiuta.

Ci sono, dunque, ragioni forti e valori condivisi che ci spingono al progetto del Partito Democratico.
 

Leggi il sostegno espresso da Gianni Paris, presidente del XV Municipio di Roma e promotore dei Democratici Arvalia
 


 

 


 

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