I
cittadini verso il Partito Democratico.
Campagna adesioni!
Gianni Paris
intervento al IV Congresso DS Roma
Congresso ds roma – 29, 30 e 31 marzo 2007
Se un partito come il nostro decide di mettersi in discussione e di dar vita ad una fase costituente utile alla nascita di un nuovo soggetto politico, questo avviene, tra l’altro, per raggiungere l’ambizioso obiettivo di mettere a disposizione della società uno strumento più adeguato del precedente a dare risposte qualificate alle nuove sfide che il progresso ci impone.
Se non fosse così avrebbero ragione coloro che giudicano non conveniente il percorso intrapreso, denso di rischi e risolutivo di una identità faticosamente consolidata nel percorso di allontanamento dal partito comunista.
Io sono convinto invece che del partito democratico ci sia veramente bisogno e che questo bisogno è percepito dall’opinione pubblica molto di più di quanto sia oggi patrimonio della nostra elaborazione. Questa consapevolezza diffusa è animata da una impellente necessità di mettere mano velocemente a quello che comunemente chiamiamo “sistema Paese” ed avviare così una modernizzazione dell’Italia che gli permetta di recuperare gli enormi ritardi accumulati negli ultimi anni.
In principal modo si tratta di colmare quella distanza che separa l’azione delle istituzioni dalla società e ricreare le condizioni affinché si torni a guardare con ottimismo verso il destino economico e democratico del Paese.
In questa ottica i cinque anni di governo delle destre in Italia hanno creato danni e ritardi ai quali si può mettere mano solo se riusciamo ad affiancare all’azione del governo Prodi una elaborazione che può vedere il partito democratico come il luogo dove far confluire liberamente le energie migliori presenti nella nostra società.
Sono convinto infatti che uno dei fattori principali della crisi di credibilità che attanaglia il Paese è legato al progressivo indebolirsi del ruolo dei partiti nel determinare le condizioni democratiche sulle quali poi poter costruire le opzioni strategiche per le scelte dei governi. Abdicare a questo ruolo ha significato escludere dal processo di formazione delle decisioni coloro che dei governi non fanno parte e permettere che il luogo del coinvolgimento della gente al dibattito politico sia unicamente quello unilaterale della stampa e della televisione.
La progressiva rarefazione dei luoghi della partecipazione ha prodotto sicuramente una cristi di rappresentanza, i cui effetti sono stati sufficientemente indagati, ma anche – e qui l’analisi è ancora agli esordi – una profonda inadeguatezza dei processi di formazione e selezione delle classi dirigenti, nel campo della politica, ma anche imprenditoriale, amministrativa, culturale.
Con la crisi dei nostri vivai, dopo il venir meno delle palestre formative tradizionali: le scuole di partito, le associazioni cattoliche, quelle di rappresentanza degli interessi, la pubblica amministrazione e la paralisi delle università, oggi la selezione dei nuovi ingressi ai vertici è spesso delegata a gruppi e affiliazioni che chiedono fedeltà prima che competenza, prestigio ereditato piuttosto che merito e talento. Il risultato è, come scrive Carlo Carboni nel suo studio Elite e classi dirigenti in Italia, che “per entrare nella stanza dei bottoni si usano ingressi laterali, che prescindono dal tradizionale cursus honorum”.
E allora non ci si deve stupire se la percezione che la popolazione ha della sua classe dirigente, che in Italia coincide drammaticamente con le élite, è di una classe mediocre e inadeguata.
Il problema non è certamente solo italiano, ma qui più che altrove tra i paesi sviluppati, chi è alla guida del paese, i suoi vertici politici, imprenditoriali, culturali, viene giudicato inadeguato a gestire le sfide del mercato e della democrazia che ci stanno di fronte. Centronordista, maschile, invecchiata, con vistosi problemi di ricambio, poco meritevole, forte in consenso e debole in competenza: ecco come appare al popolo la nostra élite dalle più recenti indagini.
Il ritardo di cui soffriamo poggia su basi analitiche e bastano alcuni esempi: se nel 1998 le nostre élite presentavano una maggioranza di cinquantenni, nel 2004 sono i sessantenni ad esserlo, e quel po’ di ricambio avvenuto non è stato sufficiente a contrastare un fenomeno che vede soprattutto tra i network apicali della cultura, dei media e dell’università, consolidarsi vere e proprie caste di privilegio, fondate sul monopolio di intermediazione delle relazioni.
Tra i circa 5500 individui che compongono l’élite italiana quasi nove su dieci sono uomini e questo fattore colloca l’Italia all’ultimo posto in molte classifiche europee per quanto riguarda la presenza femminile in posizioni di vertice nelle istituzioni politiche e all’interno del mondo economico. A livello mondiale arriviamo dopo il Costarica e Mozambico.
Ma cosa abbiamo fatto per meritare tutto questo?
E soprattutto cosa può fare una nuova formazione politica per arrestare un declino così pericoloso per le sorti del paese?
E’ evidente che l’esperienza Berlusconi ha contribuito in maniera determinante a deteriorare le relazioni democratiche, producendo un drammatico esempio emulativo: laddove non esistono istituzioni in grado di punire le responsabilità di una classe dirigente autoreferenziale e truffaldina, la società si adatta con comportamenti semi-illegali. Quando al vertice prevalgono i vizi dei furbi, tra le persone comuni c’è la ricerca delle scorciatoie per facilitarsi la vita e soddisfare i propri interessi.
A conferma di questa tesi molto interessante è quanto sta avvenendo sul terreno del gettito fiscale: con l’uscita di scena di chi, oltre a farne uso, dichiarava una certa giustificazione della pratica della evasione, i cittadini sono tornati a pagare le loro tasse.
E allora dobbiamo lavorare urgentemente per ricreare un sano spirito civico tra la gente a fronte però di un rinnovato senso di responsabilità dei vertici delle istituzioni.
E se non lo facciamo noi, e velocemente, c’è il rischio di raggiungere il punto di un non ritorno.
Il partito democratico deve avere allora tra le sue priorità proprio questa ambizione: ricreare un saldo legame tra la società e le istituzioni, in grado di garantire al nostro paese quel progresso civico e sociale, dove una classe dirigente rinnovata, dotata di senso morale e legale, di competenze e visione strategica e innovativa, generi una forte ripresa di fiducia e senso di appartenenza nella società.
Un partito diffuso e capillare, come diceva Giovedì il segretario Fassino, in grado però di imporre una decisa inversione di tendenza anche rispetto a quei meccanismi che hanno portato le attuali formazioni politiche ad essere inadeguate a rappresen-tare le pulsioni di una società in continua trasformazione.
Mi sembra evidente infatti che una quota di responsabilità nei confronti della deriva fin qui citata è anche ascrivibile ai limiti della nostra azione, a come per esempio abbiamo confermato questa tendenza all’autoreferenzialità permettendo che anche la vita democratica e la selezione degli incarichi di responsabilità all’interno del nostro partito riproducessero quei meccanismi di cooptazione che hanno dilagato altrove.
Un partito diffuso e capillare, realmente democratico tornerebbe ad essere quel luogo nel quale misurare le scelte che si compiono per trasformare le nostre città.
A garantire, anche a chi lavora nelle istituzioni, una sede autonoma di discussione che consenta una elaborazione libera dai vincoli di alleanza, autorevole e rappresentativa realmente degli interessi sani della città.
Un partito a Roma che accompagni e sostenga lo straordinario sforzo che la nostra Amministrazione sta compiendo per modernizzare la città.
E’ questa la sfida che abbiamo di fronte - Appassionante e di alto profilo - Sta a noi affrontarla mettendo in campo tutta l’intelligenza e la passione di cui siamo capaci, ma anche il coraggio di rielaborare le nostre certezze per costruire un progetto politico per il paese ancorato saldamente ai valori di cui siamo portatori, ma con tutti quelli fuori di noi che hanno lo stesso nostro coraggio, la nostra stessa ansia di futuro.
Buon lavoro!
(18 gennaio 2007)
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