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17 Luglio 2006 La scelta riformista Relazione di Piero Fassino al Consiglio Nazionale Roma, Teatro Eliseo, lunedì 17 luglio 2006 |
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Care compagne e cari compagni,

riuniamo il nostro Consiglio Nazionale mentre, ancora una volta, il Medio Oriente è devastato dalla violenza delle armi.
Anche in questi giorni si è ripetuta la drammatica sequenza: atti terroristici e aggressioni dell’estremismo islamico contro Israele a cui gli israeliani reagiscono con una dura azione militare.
A soffrirne le tragiche conseguenze è prima di tutto la popolazione civile – israeliana, palestinese, libanese – che anche questa volta paga un pesante tributo di dolore e di sangue.
Dal vertice dei Capi di Governo del G8 è venuta la richiesta di una tregua immediata, che arresti l’escalation bellica e consenta un’azione internazionale di mediazione per la liberazione dei soldati israeliani rapiti e per la sospensione delle azioni militari, sia degli Hezbollah e di Hamas contro Israele, sia dell’esercito israeliano a Gaza e in Libano.
Insieme ai tanti che con angoscia e dolore vivono quel che accade in Medio Oriente, uniamo la nostra voce alla richiesta dei potenti e chiediamo al Governo Italiano di agire in ogni sede a favore della tregua.
I tragici avvenimenti di queste ore confermano quanto sia regredita, nel giro di pochi anni, la situazione in Medio Oriente.
Sono passati undici anni da quella storica stretta di mano tra Rabin e Arafat, alla presenza di Bill Clinton, che aveva suscitato così grande speranza.
Undici anni nei quali la pace anzichè avvicinarsi si è allontanata e la fiducia reciproca anziché crescere è stata sommersa dall’odio, dalla violenza, dalla diffidenza e dalla incomunicabilità.
Eppure, è proprio l’implosione sempre più grave a dirci che senza reciproco riconoscimento non ci sarà in quella terra una pace stabile capace di riconoscere i diritti, entrambi legittimi, di Israeliani e Palestinesi.
Si, perchè in Medio Oriente non sono in conflitto un torto una ragione, ma due ragioni.
Il diritto dello Stato di Israele a vivere sicuro, riconosciuto e senza paura dei propri vicini: questa è una ragione.
E il diritto dei Palestinesi ad avere un proprio Stato indipendente, che soddisfi l’aspirazione a vedere riconosciuta la propria identità nazionale: anche questa è una ragione.
Quelle due ragioni “simul stabunt, simul cadent”: ciascuno dei due popoli potrà vedere riconosciuto e affermato il proprio diritto solo in quanto riconosca la pari legittimità del diritto dell’altro e operi per una soluzione di reciproca soddisfazione.
Per questo è giusto chiedere ad Israele che la strategia dei ritiri unilaterali – ieri da Gaza, domani dai Territori – si accompagni alla disponibilità a un negoziato per una soluzione di pace, che sarà stabile se sarà condivisa.
Per questo è giusto chiedere ad Hamas – tanto più oggi, quando ha la responsabilità di guidare il Governo Palestinese – di riconoscere l’esistenza di Israele e il suo diritto alla sicurezza, di rispettare tutti gli impegni assunti negli anni, in questa direzione, dalla dirigenza palestinese e di rendersi disponibile a negoziati diretti con il Governo israeliano.
Ed è evidente che a maggior ragione, è inaccettabile qualsiasi avallo diretto o indiretto, che venga dato dalla attuale governo palestinese di Hamas ad attività militari e terroristiche.
Sono richieste che Massimo D’Alema – Ministro degli Esteri di questo governo – ha ribadito più volte in piena sintonia con l’atteggiamento assunto unitariamente dall’Unione Europea.
Per questo è francamente misero il tentativo della destra di imbastire una polemica strumentale, accreditando un inesistente squilibrio di atteggiamento del Governo Italiano, che ha assunto e condiviso le posizioni dell’Unione Europea sulla crisi.
Espressioni infelici o manifestazioni unilaterali di questo o quel singolo esponente politico di partiti minori, non offuscano nel Governo e nella maggioranza – e certamente non offuscano in noi Democratici di Sinistra – la consapevolezza che i diritti di Israele vanno riconosciuti e tutelati non meno di quanto lo debbano essere i diritti dei palestinesi.
E, naturalmente, non può e non deve essere negato ad Israele il diritto a difendersi contro chi ne insidia e ne minaccia l’esistenza e la sicurezza. E di fronte ai ripetuti attacchi di Hezbollah e di altri gruppi islamici, la nostra solidarietà a Israele e al suo popolo è piena.
Ma proprio perchè la nostra partecipazione alle angosce e alle sofferenze della società israeliana è sincera, non è avventato ricordare che l’uso della forza deve sempre essere ispirato ad un criterio di proporzionalità.
E chi in questi giorni guarda con inquietudine alla durezza della risposta israeliana agli attacchi degli Hezbollah, non lo fa per pregiudizio antiebraico o per sottovalutazione dei rischi a cui Israele è esposta.
Al contrario è mosso dalla preoccupazione per le sofferenze inflitte a una popolazione civile inerme, tanto quanto inermi sono gli israeliani vittime del terrorismo.
E preoccupano le conseguenze che prima di tutto sulla sicurezza di Israele possono ricadere e per il rischio che ancora di più si pregiudichino i residui spiragli di una percorso negoziale di pace e si riducano gli spazi di azione politica per Abu Mazen e quei settori della dirigenza palestinese che vogliono la pace con Israele.
Insomma l’impegno del governo italiano e della maggioranza è volto a favorire ogni atto che possa spezzare la spirale dell’odio e riaprire il dialogo, confronto e negoziato.
Peraltro, è del tutto evidente come il conflitto israelo-palestinese debba essere affrontato in una visione più ampia, cogliendo tutti i nessi con la vicenda irachena, la situazione afghana, il dossier iraniano e, soprattutto, il continuo incombere dell’estremismo islamico e del terrorismo.
Insomma, davvero il conflitto israelo-palestinese non ha dimensione solo locale, ma richiama nodi cruciali del nostro tempo: il rapporto tra occidente e oriente, il nesso politica-religione, l’universalità della democrazia e dei diritti, la questione delle risorse energetiche del pianeta.
A questa impostazione larga, e ricercando l’intesa con i nostri alleati, si ispira l’azione del governo, consapevole delle responsabilità che ogni paese è chiamato ad assumersi per dare stabilità, sicurezza e pace nel mondo.
Il rientro dei soldati dall’Irak – accompagnato dal contemporaneo avvio di un programma per assistere la ricostruzione economica, sociale e civile di quella nazione – non vuole e non è, infatti, una riduzione di impegno dell’Italia, che invece intende assumersi tutte le responsabilità necessarie e utili nella lotta al terrorismo e nel sostegno alla soluzione dei conflitti e ai processi di stabilità, di pace e di democratizzazione.
E ciò proprio in coerenza con l’articolo 11 della Costituzione che dice no alla guerra, ma dice anche no al terrorismo e no alla negazione dei diritti universali delle persone.
Quell’articolo ripudia la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti, ma dichiara l’impegno dell’Italia a concorrere – anche con le sue forze armate – alle iniziative promosse dalle istituzioni internazionali e multilaterali per il mantenimento della pace e della democrazia.
Peraltro una considerazione intellettualmente onesta sull’uso della forza – che in politica è una eventualità estrema, ma possibile – non può negare quanto sia forzato e deviante rappresentare come “guerra” azioni e interventi che hanno in realtà il carattere di “polizia internazionale” a tutela di valori, diritti e principi essenziali per la pace e la sicurezza nel mondo.
Muovendo da queste considerazioni, il Governo ha riconfermato il nostro impegno in Afghanistan – dove siamo presenti su mandato ONU e insieme a tutti i paesi europei – e nei Balcani, manifestando inoltre la disponibilità a concorrere ad un’ azione di pacificazione nel Darfour, così come in quegli scacchieri di conflitto in cui le Nazioni Unite ritengano di dover agire.
Allo stesso modo chiara è la volontà nel nostro Governo di concorrere ad una soluzione politica del dossier iraniano, da cui il centro destra aveva colpevolmente escluso l’Italia.
Naturalmente, l’efficacia e la credibilità di un tale impegno è affidata, in primo luogo, alla coesione con cui la maggioranza di centrosinistra affronta passaggi così cruciali, a partire dall’esame parlamentare dei decreti per il rientro dei soldati italiani dall’Irak e il rifinanziamento delle altre missioni militari di pace.
E, anche chi legittimamente ha dubbi o dissensi sulla presenza in Afghanistan, può mantenere il proprio dissenso senza necessariamente tradurlo in una dissociazione di voto che avrebbe conseguenze negative sulla credibilità e sulla coesione della maggioranza di governo.
Ma rimettere in moto un cammino di pace non è solo compito dei governi, ma un preciso dovere morale e politico che deve sollecitare la responsabilità di partiti, sindacati, movimenti, associazioni.
È una responsabilità che avverte anche il nostro Partito, che per una pace giusta in Medio Oriente ha sviluppato negli anni una costante attività di relazione con israeliani e palestinesi e con settori protagonisti del mondo arabo.
Tanto più in un passaggio così critico, intendiamo proseguire in tale impegno, in una costante collaborazione con il Partito Socialista Europeo e con l’Internazionale Socialista, con cui abbiamo deciso di promuovere qui a Roma, per l’inizio del 2007, una Conferenza Internazionale sul Grande Medio Oriente, nella quale affrontare i principali nodi cruciali – dall’Irak all’Afghanistan, dall’Iran al conflitto israelo-palestinese – che segnano il destino di quella regione.
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Care compagne, cari compagni,
riuniamo il nostro Consiglio Nazionale all’indomani di una lunga stagione elettorale che ha cambiato radicalmente lo scenario politico italiano.
Berlusconi e la destra non sono più alla guida dell’Italia.
Al governo c’è una coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi. Per la prima volta nella storia della Repubblica il centrosinistra è maggioranza nel paese. E per la prima volta tutte le forze di sinistra partecipano direttamente all’esecutivo.
E peraltro si è completato un quinquennio – dal 2002 al 2006 – che ha visto ogni passaggio elettorale segnato da un’unica omogenea tendenza: la riduzione costante dei consensi della destra e la crescita di credito e di voti del centrosinistra.
Un mutamento di orientamento a cui hanno concorso in misura decisiva le donne e i giovani.
Talché al termine di questo lustro il centrosinistra si è visto assegnare dal voto popolare la guida del Governo del Paese, di 16 Regioni su 20, 80 Province su 108, 5.000 Comuni su 8.000.
Una nuova geografia politica e istituzionale resa ancor più evidente dalla elezione di Fausto Bertinotti alla Presidenza della Camera, di Franco Marini alla Presidenza del Senato e di Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica, a cui da questo nostro Consiglio Nazionale voglio rinnovare i più affettuosi auguri di tutti i Democratici di Sinistra.
Così come un sentimento di sincera gratitudine rivolgiamo a Carlo Azeglio Ciampi, la cui azione è stata costante punto di riferimento e di certezza democratica per milioni di italiane e di italiani.
Un così radicale mutamento di scenario non era affatto scontato. Anzi, ricordiamo tutti come all’indomani della vittoria di Berlusconi nel 2001 non erano pochi i commentatori – pure a sinistra – che preconizzavano l’avvio anche in Italia di un lungo ciclo della destra, al pari di quanto era accaduto in Gran Bretagna con la signora Thatcher e in Germania con Helmut Kohl.
Se ciò non è avvenuto è per molteplici ragioni, ma certamente anche per la generosità, la passione, la dedizione di tante donne e uomini che non si sono rassegnati all’ineluttabile, ma si sono battuti giorno dopo giorno per ricostruire l’unità del centrosinistra, rimotivare le ragioni dell’Ulivo, offrire al Paese un’opposizione non sterile e declamatoria, ma capace di riconquistare fiducia e credito.
E certamente parte decisiva l’hanno avuta i Democratici di Sinistra che da partito di cui, nel 2001, si metteva in forse lo stesso primato elettorale nel centrosinistra, ha saputo via via riconquistare credibilità, consensi, forza, assolvendo ad un ruolo baricentrico determinante nel ricostruire l’Unione, nel rilanciare l’Ulivo e nell’ottenere le vittorie elettorali.
Insomma: si è chiusa una stagione segnata dalla destra.
Adesso è nostro compito aprire un ciclo nuovo nella vita dell’Italia, della sua democrazia, delle sue istituzioni.
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I ripetuti successi elettorali di questi anni e la vittoria del 10-11 aprile sono stati suggellati dal voto referendario.
Con una netta e inequivocabile vittoria dei No, gli italiani hanno rifiutato una revisione della Costituzione percepita e vissuta come una alterazione dei principi costituzionali e una pericolosa lacerazione del Paese.
Quel che colpisce è non solo l’alta affluenza elettorale – che per la prima volta dopo 11 anni ha visto un referendum superare nuovamente il 50% degli elettori – ma la sua omogeneità territoriale e sociale.
Il No ha vinto nettamente al sud, dove la revisione della Costituzione e la devolution sono stati percepiti da una vastissima opinione pubblica come una ulteriore penalizzazione del Mezzogiorno e delle sue opportunità di rinascita.
Il No ha vinto nel centro Italia, dove il contributo del nostro elettorato si è ancora una volta confermato decisivo per la tenuta del sistema democratico, come dimostra il fatto che l’Emilia-Romagna è la regione con la più alta percentuale di partecipazione al voto.
Ma l’esito referendario è risultato sorprendente soprattutto al nord, dove il No è prevalso in 6 Regioni su 8, in tutte le grandi città – da Milano a Genova, da Torino a Venezia – e nella gran parte dei capoluoghi di provincia.
E anche in Lombardia e Veneto – ove persiste un radicamento elettorale della destra e della Lega – il No è prevalso in città simbolo come Treviso e Vicenza. Il che significa che non solo gli elettori del centrosinistra, ma anche una quota rilevante del centrodestra ha rifiutato con il voto la revisione della Costituzione e la devolution.
Naturalmente, non deve sfuggire che in un voto largamente positivo, si sono manifestate anche tensioni non risolte.
La minore affluenza elettorale nel Mezzogiorno suona ulteriore conferma di un ridotto coinvolgimento degli elettori in consultazioni in cui non vi sia competizione tra candidati e sollecita ad una riflessione sulla fragilità del sistema dei partiti e sui rischi di una politica incardinata su una eccessiva personalizzazione, tanto più quando dal sistema politico istituzionale dipende in misura decisiva la allocazione di risorse essenziali per la vita delle persone e delle comunità.
Peraltro il voto del nord, conferma il persistere di una “questione settentrionale” che si manifesta in un grado di insofferenza verso lo Stato, le burocrazie pubbliche, la politica a cui una vasta opinione pubblica di quelle regioni imputa la incapacità di soddisfare esigenze di dinamismo, di competizione, di modernità.
Insofferenza tanto più diffusa in una società abituata all’opulenza della crescita e resa inquieta dalla minore espansione economica, dalla riduzione delle esportazioni, dal maggior affanno competitivo delle imprese, da minori opportunità per tanti.
Il voto, in ogni caso, conferma l’impostazione che abbiamo dato alla campagna referendaria: non un No di conservazione, ma un “No per “ riforme istituzionali e costituzionali capaci di portare a compimento la transizione italiana e di dare alle istituzioni più efficienza e ai cittadini più diritti e più opportunità.
Il No alla devolution non è no al federalismo e ad una maggiore autonomia istituzionale, che in particolare al nord, sono anzi auspicati e rivendicati.
Così come il No a eccessivi poteri al premier non significa affatto rifiuto di riforme del Parlamento, del governo e dei poteri dello Stato, da cui anzi i cittadini si attendono maggiore efficienza, tempestività e trasparenza.
Per questo anche da questo Consiglio Nazionale ribadiamo la nostra convinzione sulla opportunità di riprendere un confronto tra le forze politiche e tra le coalizioni su alcune priorità: l’aggiornamento del Titolo V e il federalismo fiscale; la riforma dell’assetto bicamerale e l’istituzione del Senato federale; una nuova legge elettorale e la riduzione del numero dei parlamentari.
E confermiamo ancora una volta la nostra scelta di ricercare soluzioni condivise e di largo consenso parlamentare, introducendo nell’art. 138 il principio della maggioranza qualificata per adottare modifiche costituzionali. Fermo restando che se tale proposta non fosse accolta, resterebbe in ogni caso il nostro impegno politico a riforme capaci di essere condivise e sostenute dal più largo schieramento parlamentare.
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L’esito del referendum, in ogni caso, ha reso evidente la crisi di consenso del centrodestra e ha definitivamente liquidato il tentativo perseguito da Berlusconi di contestare e delegittimare il risultato delle elezioni politiche del 10/11 aprile.
Sì, perché il fatto che la sfida fra centro destra e centrosinistra si sia risolta a vantaggio dell’Unione per soli 130.000 voti alla Camera, con il voto determinante degli italiani delle circoscrizioni estere e per pochi seggi di vantaggio al Senato, ha alimentato un clima di incertezza e insicurezza, tanto più diffuso a fronte di un’aspettativa di successo netto accreditata dai principali istituti demoscopici ancora a poche ore dalla chiusura dei seggi.
In realtà a voler guardare dentro al risultato elettorale del 10/11 aprile i segni della sconfitta di Berlusconi erano ben percepibili già fin da quel voto.
In particolare non è emerso a sufficienza che Forza Italia ha perso 1.900.000 voti, 1.200.000 dei quali nel Mezzogiorno. E il fatto che una gran parte di quei voti sia trasmigrato non al centrosinistra, ma ad Alleanza Nazionale e soprattutto all’UDC – che triplica i suoi voti nel Nord e li raddoppia nel resto del Paese – se certo deve far riflettere sulla tenuta elettorale della coalizione di centrodestra, indica tuttavia che anche una ampia quota di elettori del centro destra non riesce più a identificarsi in Berlusconi e Forza Italia, cioè il leader e il movimento politico che hanno rappresentato e incarnato la sfida della destra per il governo del Paese.
Il voto amministrativo di qualche settimana dopo ha già consentito una prima ulteriore conferma della crisi della destra.
Il centrosinistra e i suoi Sindaci si sono affermati ovunque, con risultati di consenso davvero straordinari di Chiamparino a Torino, Veltroni a Roma, a Rosa Russo Iervolino a Napoli, Sturani ad Ancona, confermando la quasi totalità dei comuni già amministrati dal centrosinistra e conquistando nuove amministrazioni come a Catanzaro, a Rovigo, alla Provincia di Reggio Calabria.
E anche là dove il centro destra è ancora riuscito a confermare le proprie amministrazioni – come nella città di Milano e alla Regione Sicilia – pure i rapporti di forza si sono notevolmente riequilibrati.
Questa constatazione non deve rappresentare alibi per esiti insoddisfacenti che impongono un’analisi critica attenta e l’adozione di scelte coraggiose e adeguate che anche in quelle realtà consentano al centrosinistra di conquistare consensi più ampi.
Proprio i risultati del referendum – che ha visto il No vincere a Milano come in Sicilia – dice che anche là dove il centrodestra mantiene consensi rilevanti, si possono suscitare le condizioni perchè il centrosinistra, l’Ulivo, il nostro partito riescano a dare risposte coerenti alle domande di cambiamento che una vasta opinione pubblica esprime.
L’esito del referendum ha, in ogni caso, sancito la crisi elettorale della destra e il maggiore credito che gli elettori riconoscono al centrosinistra, ai suoi candidati e alle sue battaglie.
Se mai occorre interrogarsi perchè al di là delle ovvie diversità di ogni consultazione elettorale, questo orientamento favorevole al centrosinistra sia risultato così netto nel voto amministrativo e referendario e non altrettanto nel voto politico.
Certamente ha pesato nel voto politico una legge elettorale voluta dalla destra per ridurre il rapporto tra eletti ed elettori a vantaggio di un rapporto di tipo populistico tra leader e popolo, mediato da un forte uso della comunicazione televisiva.
Ma vi è da chiedersi se la differenza non consista anche in una diversa percezione che gli elettori hanno avuto dell’affidabilità del centrosinistra.
Di fronte ad una devolution e a una revisione costituzionale che apparivano come un salto nel buio, una riduzione di diritti e una lacerazione del Paese, milioni di italiani hanno ritenuto più affidabile il centrosinistra e la sua indicazione di voto.
Così nel voto amministrativo la consolidata e efficace esperienza di buon governo e delle amministrazioni di centrosinistra e la forte credibilità personale dei nostri Sindaci ha fatto sì che gli elettori abbiano ritenuto più affidabile il centrosinistra e i suoi candidati.
Mentre nel corso della campagna elettorale del 10 e 11 aprile l’Unione di centrosinistra non sempre è riuscita a trasmettere messaggi rassicuranti e convincenti: penso, per esempio, a due temi sensibili quali il trattamento fiscale dei patrimoni e la tutela della famiglia. E naturalmente ciò ha influito in termini elettorali, in primo luogo in quelle aree più attente a tali temi per ragioni di reddito, di assetto sociale e culturale.
Richiamo questo punto di analisi non per una recriminazione retrospettiva, ma per ricordare a noi stessi – nel momento in cui abbiamo responsabilità di governo – quanto sia decisivo essere affidabili. Sottolineo: non necessariamente più moderati o più radicali. No, più affidabili.
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Il voto, dunque, segna la crisi elettorale e politica della destra.
Sarebbe davvero riduttivo ricondurre la sconfitta subita da Berlusconi semplicemente all’insipienza della sua classe dirigente – che certamente si è vista – oppure ad una fisiologica alternanza elettorale tra schieramenti contrapposti.
In realtà Berlusconi e la destra sono stati portatori di un progetto non privo di ambizione e seduzione.
Fondandosi su un impasto di populismo leaderistico e di liberismo neoprotezionistico, Berlusconi si è presentato agli italiani come colui che sarebbe stato capace di offrire all’Italia una fase di modernizzazione e a ogni italiano più opportunità di reddito, di vita e di lavoro.
Un messaggio suggestivo, reso più attraente dal fatto che veniva proposto da chi, con il proprio successo personale, accreditava l’idea che il”sogno”, il “miracolo” erano alla portata di tutti.
E’ esattamente questa la scommessa che è stata persa. Ed è stata persa perché fondata su un’idea troppo semplice e povera per essere vera: e cioè che bastasse ridurre ogni forma di azione pubblica, di responsabilità sociale, di funzione dirigente delle istituzioni per consentire all’Italia di crescere.
Insomma: bastava rendere più leggero il Paese, perché potesse volare.
Un Paese – come ha scritto efficacemente Ilvo Diamanti – dove negli anni berlusconiani è calato il senso civico e cresciuto il senso “cinico”.
E, dunque, un modo di governare tutto teso a ridurre e ripiegare, anzichè alzare il tiro e misurarsi con le sfide nuove del nostro tempo.
Così alla crisi dello Stato nazionale si è creduto che si potesse rispondere con il localismo corporativo della devolution e arroccandosi in un’ostilità antieuropea, quando invece è proprio nella dimensione dell’integrazione europea che va ridefinito il destino e il futuro dell’Italia, come di ogni altra nazione del vecchio continente.
Alla crisi competitività di un sistema produttivo più esposto alla concorrenza dei mercati globali e dei paesi emergenti si è pensato di rispondere con riduzione di diritti – come con la modifica dell’art. 18 e con la precarizzazione del lavoro – e con promesse di riduzioni fiscali, tanto illusorie quanto velleitarie, anziché mettere in campo una politica economica, industriale e fiscale che sostenesse una più alta specializzazione produttiva del sistema e una più penetrante capacità di internazionalizzazione.
Alle esigenze di flessibilità delle imprese si è risposto con una logica deregolativa di crescita della precarietà, quando invece serve una riorganizzazione del sistema degli ammortizzatori sociali, delle tutele e della formazione che consentano una flessibilità utile per le imprese, ma non precarizzante per i lavoratori.
Alla crisi fiscale dello stato sociale – fenomeno certamente non solo italiano – si è risposto con il paradosso di condoni e promesse di riduzioni fiscali che hanno aggravato lo squilibrio dei conti pubblici, quando invece è necessario mettere in campo strumenti e politiche nuove capaci di accrescere responsabilità di cittadini e pubbliche amministrazioni nel reperimento delle risorse e nel governo della loro spesa.
Ai ritardi accumulati negli anni nella ricerca e negli interventi per educazione e formazione, si è risposto con provvedimenti – le leggi Moratti – di riduzione del diritto allo studio e della sua qualità, quando invece la scelta urgente da compiere è un grande investimento nel sapere come leva fondamentale per valorizzare il lavoro, le capacità individuali e innalzare la qualità del sistema produttivo
Per non parlare, infine, della emarginazione del Mezzogiorno, della riduzione di servizi e politiche sociali, dell’abbassamento dei livelli di legalità e di certezza del diritto, manifestatasi ogni giorno in irrisolti conflitti di interesse, in un brutale spoil-system nelle pubbliche amministrazioni, in una dilapidazione di risorse per una pletora di consulenze prive di giustificazione, nel dissetto della giustizia e nella mortificazione dell’informazione.
Il risultato di questa politica è oggi sotto gli occhi di tutti: crescita 0 e riduzione di competitività; aggravamento del deficit e debito pubblico; estensione di condizioni di precarietà nel lavoro e nei redditi; riduzione del livello di legalità e destrutturazione degli assetti istituzionali; emarginazione europea e internazionale dell’Italia.
Un’eredità molto pesante che chiama il Governo guidato da Romano Prodi e la maggioranza di centrosinistra ad una prova particolarmente ardua e impegnativa.
Per dirla in altre parole, la destra ha perso la sfida con la modernità, perché non ha saputo cogliere la complessità delle domande, dei bisogni, delle aspettative di una società moderna.
Questo nodo cruciale sta ora di fronte a noi.
Per questo il cambiamento nella guida del governo non è una semplice alternanza tra esecutivi di segno opposto. E, invece, deve essere un cambiamento di classe dirigente, di progettualità politica, di idea stessa dell’Italia e del suo futuro.
Sì, siamo chiamati all’ambizioso compito di ridefinire il destino dell’Italia: quale sarà la sua collocazione internazionale; quale ruolo, e come, giocherà in Europa; come si posizionerà nella nuova divisione internazionale del lavoro e dei mercati; come sarà capace di tenere insieme competitività e coesione sociale; con che assetti istituzionali lo Stato e i poteri regionali e locali saranno capaci di accompagnare e orientare la crescita del Paese; come restituire a milioni di italiani il senso di un’appartenenza e di un’identità intorno a valori condivisi di laicità, solidarietà, merito, partecipazione democratica; come offrire ai giovani quelle opportunità che liberino dall’angoscia di una vita precaria e consentano a ogni ragazza e a ogni ragazzo di scommettere sul proprio talento e sulla propria voglia di fare e di vivere.
Insomma: quel che serve è una “scelta riformista” capace di dare all’Italia quelle certezze e quelle speranze che la destra non ha saputo offrire.
Riformismo non è una parola neutra.
Riformismo è una politica capace di affermare nella concretezza del vivere quotidiano valori di libertà, di solidarietà, di giustizia, di rispetto della dignità umana, di pari opportunità.
Riformismo è la promozione del merito, del talento, della capacità, della competenza, mettendole al servizio non solo di un legittimo successo personale, ma anche dell’interesse generale.
Riformismo è pensare all’Italia e il suo destino in un orizzonte ampio che guardi al mondo e all’Europa, con la consapevolezza delle responsabilità che si impongono a un grande paese.
Riformismo è un’idea sostenibile dello sviluppo capace di rispettare la natura, la specie, i generi e di offrire alla vita delle persone più libertà e opportunità.
Riformismo è la consapevolezza che lo Stato, le istituzioni, la politica traggono la loro legittimazione del consenso dei cittadini ed il cittadino – non solo nella sua appartenenza di ceto o di classe, ma nella sua individualità di persona – deve essere al centro di ogni azione pubblica.
Questa è la risposta che serve all’Italia ed è questa la scelta che sta di fronte a noi.
Ed è una sfida che per essere vinta richiede una politica riformista e un soggetto politico che il riformismo rappresenti e interpreti.
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La scelta riformista deve innanzitutto ispirare l’azione del Governo.
Fin dai primi giorni, l’esecutivo ha compiuto atti coerenti con gli impegni assunti con l’elettorato, a partire dalla politica estera.
I viaggi di Prodi a Bruxelles, Parigi, Londra, Berlino e Mosca; la ripresa di un rapporto forte con Germania, Francia e Spagna per un rilancio dell’integrazione europea; gli incontri di D’Alema a Washington e a Mosca e in altre capitali; l’iniziative messa in campo per concorrere a soluzioni di pace e di stabilità nel grande scacchiere del Medio Oriente; le azioni preannunciate per restituire all’Italia ruolo anche in aree lontane – l’Asia, l’America Latina, l’Africa – danno la dimensione di questo nuovo impegno volto a restituire al nostro Paese una funzione attiva e propositiva nello scenario europeo e internazionale.
E questo ruolo l’Italia intende assolverlo “con e nell’Unione Europea”, lasciandosi alle spalle quell’atteggiamento euroscettico del centrodestra che in questi anni ha condotto l’Italia alla emarginazione europea e internazionale.
L’Europa è lo spazio, la dimensione, il luogo del nostro destino e del nostro futuro. E lì l’Italia vuole agire da protagonista perchè l’Unione Europea sia sempre più attore globale, produttore di pace, sicurezza e democrazia.
La stessa coerenza e determinazione ha segnato l’azione del Governo sul fronte economico e sociale.
Innanzitutto, si è fatta un’opera di verità, dicendo al Parlamento e al Paese a quale criticità Tremonti abbia condotto l’economia italiana: deficit verso il 5% del PIL e debito verso il 110%, azzeramento dell’avanzo primario, riduzione di competitività, crescita incontrollata della spesa pubblica.
Con altrettanta chiarezza si è detto quale vuole essere la bussola “riformista”: tenere insieme riduzione del debito, rilancio della crescita, equità sociale, con l’ambizioso obiettivo di non riproporre due tempi separati – prima il risanamento, poi lo sviluppo – quando è ormai evidente che l’uno tiene l’altro.
Il DPEF presentato in questi giorni, la manovra correttiva adottata, le linee di indirizzo della prossima Legge Finanziaria si muovono in questa direzione.
Così come va in questa direzione, la conferma di un intervento sul cuneo fiscale di cui possano beneficiare in quota parte sia le imprese, sia i lavoratori.
Ed è questo il senso del decreto Bersani-Visco di liberalizzazione di attività terziarie, accompagnato da misure di lotta all’evasione e all’elusione fiscale nel segno dell’equità.
Le reazioni largamente favorevoli dell’opinione pubblica e dell’insieme degli operatori economici e sociali, ci dicono quanto sia forte la domanda di maggiori opportunità e libertà. E quanto, dunque, sia giusto proseguire sulla strada di liberalizzazioni e semplificazioni a vantaggio dei cittadini.
Allo stesso tempo le reazioni di alcuni settori investiti da quelle misure ci dicono quanto sia necessario accompagnare ogni scelta con una azione di concertazione che ne renda chiare e condivisibili le finalità.
E anche su questo terreno il Governo ha dato segnali chiari di un metodo riformista: avviando la concertazione sul DPEF con le parti sociali, aprendo con gli enti locali il tavolo di ridefinizione del Patto di stabilità interno, manifestando piena disponibilità a discutere con le categorie interessate le modalità applicative del decreto di liberalizzazione.
Perseguire questa strategia, tuttavia, comporta la consapevolezza delle difficoltà e richiede determinazione, dando alla società italiana il senso di una scossa, di un colpo di reni, di uno scatto.
Previdenza, sanità, enti locali, pubblico impiego: fin dalla prossima Legge Finanziaria saranno questi i banchi di prova del nostro riformismo, della capacità cioè di tenere insieme rigore, innovazione e equità.
Così, in materia previdenziale, al superamento dello “scalone” – percepita da milioni di lavoratori come una ingiustizia da rimuovere – occorre accompagnare l’individuazione di nuove soluzioni per l’età pensionabile, per il proseguimento volontario del lavoro, per l’anticipo della piena entrata in vigore della previdenza complementare, rendendo così compatibile superamento dello “scalone” e sostenibilità finanziaria della previdenza pubblica.
Nella spesa degli enti locali e delle Regioni la certezza di risorse e il federalismo fiscale dovranno accompagnarsi ad un nuovo Patto di stabilità interno che realizzi una piena condivisione di responsabilità per un effettivo governo della spesa e della sua dinamica.
E ancora: proprio per garantire quella universalità delle prestazioni sanitarie che è per noi irrinunciabile fattore di uguaglianza e di solidarietà, occorre che alle risorse pubbliche per la sanità – che non potranno scendere dall’attuale quota percentuale di PIL – si affianchino forme di complementarietà e di compartecipazione dei cittadini.
Allo stesso modo il governo della spesa per le pubbliche amministrazioni e il pubblico impiego andrà affrontato con riforme che incidano positivamente su qualità, efficienza e costi dei servizi pubblici.
Nessuna di queste scelte sarà agevole. E, tuttavia, se affrontate con rigore e ricercando soluzioni condivise, noi pensiamo che sia credibile e praticabile l’obiettivo indicato nel DPEF di realizzare entro due anni un significativo raddrizzamento dei conti pubblici, a beneficio delle politiche di investimento, della qualità dei servizi e di una più equa politica dei redditi.
Con altrettanta coerenza e determinazione il Governo si è mosso su molti altri fronti dando il segno di un’ispirazione riformista.
Mettendo mano subito alle misure necessarie a bloccare i guasti della legge Moratti e operando per un primo innalzamento dell’obbligo scolastico a 16 anni.
Adottando primi provvedimenti contro la precarietà del lavoro, quali l’ancoraggio della riduzione del cuneo fiscale al lavoro a tempo indeterminato, il pacchetto per la sicurezza del lavoro, il riconoscimento di tutele e diritti ai giovani lavoratori dei call center.
Avviando immediatamente un confronto con Università e imprese per la definizione di una adeguata strategia per la ricerca e l’innovazione.
Attivando subito la verifica dello stato di avanzamento delle opere pubbliche in vista di aprire un confronto con le Regioni su un piano nazionale di priorità infrastrutturali, per le quali sono previste nel DPEF le risorse necessarie, così come si sta agendo perché Anas, Ferrovie dello Stato e Alitalia siano in grado di assolvere alle loro finalità.
Queste – e altre azioni che ciascun Ministro sta mettendo in campo - smentiscono, dunque, quell’immagine di “falsa partenza”, accreditata dai media e indotta forse dal lungo protrarsi del cosi detto “ingorgo istituzionale” ed elettorale – dalla elezione dei Presidenti delle Camere, all’elezione del Presidente della Repubblica, al voto amministrativo, al referendum – oltre che dalla fatica nella formazione di un Governo espressione di una coalizione ampia e numerosa.
In realtà, proprio l’osservazione di questo primo mese di attività dimostra con quanta determinazione e convinzione il Governo abbia avviato la propria attività. E come il centrosinistra sia nelle condizioni di vincere la sfida del Governo del Paese, proprio praticando una politica riformista.
* * * * Ma praticare una politica riformista richiede di misurarsi con un’altra decisiva scelta: un soggetto politico che il riformismo interpreti e persegua.
Insomma: se l’Italia ha bisogno di una risposta riformista, alta, forte, capace di restituire alla società italiana identità, senso, futuro, allora non è eludibile domandarsi quale soggetto politico debba incarnare e realizzare tale politica.
Sta qui il tema cruciale della trasformazione dell’Ulivo da alleanza politico-elettorale a soggetto politico a tutto tondo.
L’azione di governo è certo decisiva per mantenere e allargare il consenso nel paese, ma non è sufficiente.
Ce lo ha insegnato, in modo definitivo, l’esperienza di dieci anni fa.
Il governo dell’Ulivo, il primo governo Prodi, ottenne risultati straordinari per l’Italia. Nella nostra memoria è ancora vivo il ricordo di quella corsa contro il tempo, contro gli storici ritardi del paese, contro le pigrizie di un’intera classe dirigente, che diffondeva a piene mani scetticismo sulla possibilità di centrare gli obiettivi di Maastricht.
Quella nostra corsa seppe scuotere l’Italia, seppe rimettere in moto energie e speranze. E riuscì a portare la lira nella moneta unica: un traguardo decisivo in sé, ma ancor più importante se considerato, come fu considerato da noi ed avvertito dalla società italiana, come metafora di una rinascita del paese.
Il buon governo del centrosinistra durò per tutta la legislatura, con i governi D’Alema e Amato, producendo molti risultati importanti, restituendo prestigio internazionale all’Italia e facendo del risanamento la leva per lo sviluppo e per l’occupazione.
Quando lasciammo il governo, dopo la sconfitta del 2001, l’economia italiana cresceva ad un ritmo del 3 per cento, inflazione e deficit erano entro i parametri europei, il debito pubblico era in constante riduzione, la disoccupazione aveva cominciato a calare velocemente, il Mezzogiorno conosceva indici di crescita superiori alla media nazionale.
E tuttavia lo dovemmo lasciare, il governo del paese.
Perché fummo sconfitti: alle regionali del 2000 e poi alle politiche del 2001.
Ce lo siamo detto tante volte: se ciò è potuto accadere, se l’Italia ha dovuto pagare il prezzo di cinque anni di governo Berlusconi, è anche perché al buon governo dell’Ulivo, non riuscimmo ad affiancare la sponda insostituibile dell’innovazione politica.
Non ci aveva premiato “il riformismo dall’alto”, “il riformismo senza popolo”.
Non possiamo ripetere lo stesso errore dieci anni dopo.
Se vogliamo che il nostro ritorno alla guida del Paese apra un ciclo di lunga durata e non sia una parentesi breve ed effimera, dobbiamo accompagnare e sostenere l’azione di governo con una coerente iniziativa di innovazione politica.
Una innovazione che sappia parlare alla società italiana, alle sue speranze e anche alle sue inquietudini.
Che sappia dare al Paese il senso di un progetto di ampio respiro e di una guida stabile, all’altezza delle sfide storiche dinanzi alle quali si trovano l’Italia e l’Europa.
Che sappia dare stabilità e coerenza al quadro politico, portando a compimento l’interminabile transizione italiana.
Che sappia mobilitare le tante energie della nostra società, sollecitando ciascuno a dare il meglio di sé, a spendersi, a scommettere sulle proprie capacità.
E solo in questo modo il nostro riformismo potrà incidere in profondità nelle contraddizioni, nei ritardi, nelle ingiustizie che affliggono il paese.
E dare all’Italia il volto nuovo di un paese più moderno, più civile, più forte, più giusto.
L’innovazione politica che il paese ci chiede è l’unità dei riformismi e dei riformisti in un partito nuovo, il partito dell’Ulivo, il Partito democratico.
Il paese ci chiede l’unità dei riformismi: perché avverte che dinanzi alle sfide del nuovo secolo, nessuna delle grandi culture e tradizioni politiche riformatrici del Novecento può pensarsi come autosufficiente.
Il paese questo lo avverte e lo vive.
Perché nella modernità liquida nella quale viviamo, più forte si fa la domanda di riformismo, ma più labili i confini tra i riformismi, sul piano culturale, come su quello sociale. Più forte il senso dell’autonomia del sociale e più incerti i confini tra i blocchi e le appartenenze.
Solo l’incontro tra le tradizioni riformiste, il loro aprirsi le une alle altre e tutte insieme ai nuovi paradigmi del riformismo contemporaneo, può dare alla nostra azione politica la possibilità di comprendere, di affrontare e di vincere le sfide che l’età contemporanea pone all’intelligenza e alla coscienza dell’umanità.
Per questo il paese ci chiede unità.
Ce lo chiede il nostro popolo, le nostre compagne e i nostri compagni, le donne e gli uomini, le ragazze e i ragazzi dell’Ulivo, che hanno tutti sperimentato il sapore amaro della sconfitta, a causa delle nostre divisioni. E sono tornati a vincere, quando con loro e per loro abbiamo saputo ricostruire l’unità del centrosinistra.
Un popolo, il nostro, che ha ben compreso che se l’unità del centrosinistra è la condizione per vincere le elezioni e per battere la destra, l’unità politica dei riformismi è la condizione per vincere la sfida del governo, per affrontare e battere i drammatici problemi del paese. E che solo questa seconda vittoria, la vittoria del governo, può rendere stabile, non effimera, la vittoria elettorale.
Ma non c’è solo il nostro popolo: tutto il paese ci chiede unità. Perché tutto il paese avverte che solo nell’unità dei riformisti c’è la chiave che apre all’Italia la porta del futuro.
Insomma – come è anche sottolineato in un documento elaborato da un gruppo di dirigenti DS di Roma – si tratta di realizzare una nuova tappa della “rivoluzione democratica” del nostro Paese.
E tocca al riformismo e ai riformisti esserne protagonisti. Ma per realizzare questo obiettivo non è eludibile rispondere ad una questione cruciale: è possibile dare al riformismo italiano una rappresentazione politica unitaria? O per dirla in altri termini: è possibile riunificare in un unico soggetto politico il riformismo italiano?
La nostra discussione è tutta qui.
L’unità dei riformisti è un obiettivo che il nostro Partito – la principale forza riformista italiana – persegue da tempo.
Quanti tra noi si sono formati nel Pci, sanno ed hanno sperimentato direttamente come l’aspirazione all’unità delle forze del cambiamento, in una prospettiva riformatrice di massa e non giacobino-rivoluzionaria, fosse uno dei tratti fondamentali di quella idea di partito nuovo che è alla base della feconda originalità, pur con tutti i suoi limiti, della vicenda comunista italiana.
Allo stesso modo, quanti tra noi provengono da altre storie, socialiste e socialdemocratiche, laico-riformiste, o cristiano-sociali, hanno la medesima memoria di un’aspirazione storica all’unità delle famiglie del riformismo italiano.
Una aspirazione comune, all’unità delle forze riformatrici, che non poté e non poteva realizzarsi nella stagione della guerra fredda e del conflitto tra sistemi ideologici e politici.
Solo l’89, con la caduta del muro di Berlino, il crollo dei regimi comunisti, la morte delle ideologie totalizzanti e la fine della guerra fredda, ha reso possibile quel che prima possibile non era.
Fu questa tensione etica, culturale e politica che spinse – nel turbolento e travolgente ’89 – alla nascita del Partito dei Democratici di Sinistra, una scelta che non ebbe nulla di opportunistico, ma al contrario nasceva dalla consapevolezza che la grande esperienza storica, culturale e sociale del PCI si era esaurita e che serviva un atto di innovazione forte per rendere esplicita la definitiva assunzione del riformismo come l’identità culturale e politica della sinistra italiana.
Il PDS nacque per offrire alla sinistra italiana, ai suoi valori, alla sua politica la funzione di contribuire ad aprire – proprio nel segno del riformismo – una stagione nuova nella vita della società italiana e delle sue istituzioni democratiche.
Fu questa stessa tensione a muoverci, insieme a nuovi compagni di strada, alla trasformazione del PDS in Democratici di Sinistra, con l’ambizione di far incontrare in un unico soggetto riformista più largo e plurale, esperienze riformiste comuniste, socialiste, repubblicane, cristiano sociali.
Entrambe quelle scelte – la nascita del PDS prima e dei DS poi – hanno contribuito in maniera decisiva a ridefinire identità, profilo, caratteri della sinistra italiana facendole assumere via via il riformismo come il tratto suo peculiare.
E non solo: in quel modo, negli anni della grande crisi della prima Repubblica, la sinistra ha contribuito in modo decisivo ad arginare le derive antipolitiche e populistiche a cui la società italiana era esposta.
Si può forse dire che, se negli anni ’20 una sinistra incapace di riconoscersi in una cultura riformista fu – come ci ricordò Gramsci – parte della dissoluzione generale del sistema democratico, negli anni ’90, invece, anche grazie a un profilo riformista esplicito e dichiarato la sinistra è stata il principale punto di tenuta di fronte a spinte secessionistiche e dissolutrici maturate nel pieno di una crisi che ha travolto istituzioni e partiti che per quasi cinquant’anni avevano retto la vita politica della nazione.
Quelle esperienze – il PDS, i DS – tuttavia, affidavano ad una sola forza politica – la nostra – il compito di interpretare e rappresentare il riformismo italiano.
Sappiamo tutti che una delle peculiarità della storia politica italiana è data proprio dal coesistere di esperienze e storie riformiste di distinta e diversa ispirazione culturale.
Accanto ad un forte e robusto riformismo di ispirazione socialista – che è stato interpretato nel corso di più di un secolo da più partiti della sinistra – la storia dell’Italia è stata segnata da un non meno diffuso e radicato riformismo di matrice cattolica, così come sta nell’identità del nostro paese un riformismo repubblicano, azionista e liberaldemocratico. E in tempi più recenti si è manifestato un riformismo di matrice ecologica e ambientalista.
E sappiamo tutti come quei riformismi si siano combattuti non solo agli albori dell’Italia moderna, ma come nel corso di cinquant’anni di Repubblica le vicende internazionali e nazionali abbiano visto i partiti che quei riformismi rappresentavano collocati su fronti politici opposti.
Insomma: la storia italiana è stata caratterizzata da una pluralità di culture riformiste che, tuttavia, non hanno mai avuto rappresentazione politica unitaria.
Oggi, in uno scenario mondiale, europeo e italiano profondamente mutato, sta di fronte a noi una grande opportunità: unire quel che la storia ha diviso e dare unità al riformismo italiano, riunificandolo in un grande partito.
Con quest’obiettivo, d’altra parte, nacque L’Ulivo che, fin dalla sua origine, non fu concepito solo come un’alleanza elettorale.
Già nella sua prima fase – il quinquennio ’96 – 2001 in cui guidò il governo del Paese – l’Ulivo fu pensato come un soggetto politico in graduale divenire, il luogo di incontro dei diversi riformismi italiani, “la casa comune dei riformisti”.
E quando nel 2001 riflettemmo sulla sconfitta elettorale, ne individuammo una delle ragioni proprio in una insufficiente dimensione politica dell’Ulivo.
Tant’è che abbiamo fatto del rilancio dell’Ulivo il perno per la ricostruzione dell’unità del centrosinistra e abbiamo presentato per tre volte consecutive il simbolo dell’Ulivo agli elettori – nelle elezioni europee del 2004, nelle regionali del 2005, nelle politiche del 2006 – raccogliendo ogni volta un consenso di circa un terzo del corpo elettorale.
Non solo, ma nelle aree socialmente più dinamiche – le città, i territori urbani, i giovani – il consenso raccolto dall’Ulivo è stato più ampio di quello dei suoi partiti.
Tant’è che, all’indomani delle elezioni, è apparsa naturale la formazione dei gruppi parlamentari dell’Ulivo.
Come naturale è apparso presentare il simbolo dell’Ulivo anche nelle principali città andate al voto il 28 e 29 maggio. E oggi in quei Consigli Comunali si va alla costituzione dei gruppi dell’Ulivo.
E forse non è stato sufficientemente sottolineato che là dove a sostegno dei Sindaci si è presentata la lista dell’Ulivo, il divario tra il voto per il Sindaco e voti di lista è stato sensibilmente inferiore alla differenza registrata in passato tra consensi al Sindaco e consensi alle liste di partito. A conferma che l’Ulivo è un soggetto nel quale si riconosce una quantità crescente di elettrici e di elettori, una parte dei quali non hanno appartenenza partitica.
E questa è la ragione per cui sono convinto che nel nome di un nuovo soggetto politico, comunque lo si chiami, si dovrà fare esplicito riferimento all’Ulivo, perchè in questo simbolo e in questo nome si riconoscono già oggi milioni di donne e di uomini, che ne hanno percepito valore e novità proprio nel presentarsi come simbolo di unità che superava antiche divisioni.
Ho richiamato queste considerazioni per ricordare che quel progetto politico che comunemente viene chiamato “Partito Democratico” non nasce oggi.
Ha alle spalle già undici anni di vita.
La questione che sta, dunque, di fronte a noi oggi è se e come portare a compimento quella esperienza con la definitiva trasformazione dell’Ulivo in un grande partito democratico e riformista.
Per realizzare questo obiettivo è tempo che la discussione sul Partito Democratico viva concretamente nella società italiana. Un partito nuovo, infatti, soprattutto se corrisponde ad un progetto politico ambizioso e di ampio respiro, non può nascere in laboratorio.
Il dibattito tende spesso ad incagliarsi sui nomi, sulle date, sugli organigrammi, sulla leadership: non sono questioni secondarie, ma quando prevalgono su tutto il resto rischiano di soffocare una riflessione che deve invece essere culturalmente densa e alta, arricchita da una larga partecipazione adeguata all’importanza di un progetto politico che vuole avere portata storica e non contingente.
La costruzione dell’Ulivo come partito democratico e riformista deve, invece, essere il frutto di un processo politico vero, nel quale la consapevolezza dei mutamenti sociali, economici e culturali che hanno investito il mondo, l’Europa, l’Italia nell’ultimo quarto di secolo, si incontri con la capacità di interpretare il futuro, di rappresentare i nuovi bisogni e i nuovi diritti, di indicare il profilo e la qualità del modello di sviluppo che deve caratterizzare l’Italia, nonché la collocazione del nostro Paese nei nuovi scenari dell’interdipendenza globale e dell’integrazione europea.
Insomma, si tratta di rendere evidenti le ragioni di questo progetto, le motivazioni che sollecitano in ogni caso a discutere la praticabilità di un obiettivo così ambizioso come l’unità del riformismo italiano.
Vi è, intanto, una ragione che attiene ai mutati scenari europei e internazionali.
Non sfugge a nessuno che senza la caduta del Muro di Berlino, non sarebbe mai nato l’Ulivo. E che l’Ulivo non avrebbe potuto nascere senza la nascita del PDS e dei DS, come espressione di una sinistra riformista europea, e senza quella crisi della unità politica dei cattolici che portò alla frantumazione della DC e alla collocazione nel centrosinistra del riformismo di matrice cattolica e popolare.
Il venir meno di quel vincolo esterno – la divisione del mondo e dell’Europa in blocchi politici e militari contrapposti – che per quasi cinque decenni ha segnato la vita politica di ogni nazione e le appartenenze di ogni forza politica, ha consentito di fecondare nell’Ulivo un’esperienza comune e, a maggior ragione, consente oggi di porsi il tema di come i riformisti italiani – organizzati in partiti che non sono più collocati in campi opposti – possono incontrarsi e avviare il processo di una riunificazione del riformismo italiano.
Una seconda ragione forte attiene ai mutamenti che negli ultimi decenni, hanno investito la società italiana: l’interdipendenza dei mercati aperti e della competitività globale in cui devono agire le nostre imprese; la crisi dello stato-nazione come dimensione sufficiente a governare mercato e dinamiche sociali; il passaggio dalla rigidità sociale e produttiva della società industriale del ‘900 alla complessità e alla mobilità della società flessibile, con un mutamento profondo dell'identità di classi e ceti e della distribuzione quantitativa e qualitativa del lavoro; la criticità di questioni – l’ambiente, l’alimentazione, l’energia – da cui dipende sempre di più la sorte del pianeta come degli individui; la crescente difficoltà della democrazia rappresentativa e delle istituzioni pubbliche a rispondere tempestivamente alle domande e ai bisogni di una società complessa.
Dentro questi cambiamenti maturano non solo opportunità, ma anche rischi per un paese come l’Italia gravato da storiche e strutturali fragilità.
Ed è proprio qui che un forte soggetto riformista è chiamato ad assolvere oggi a una funzione nazionale.
Serve un soggetto riformista capace di far camminare insieme innovazione di sistema, apertura al mercato e riorganizzazione del welfare, evitando così il rischio di un declassamento economico dell’Italia e di un suo impoverimento sociale.
Serve un soggetto riformista capace di scrivere un nuovo contratto sociale fondato su innovazione delle imprese, modernizzazione della pubblica amministrazione e valorizzazione del lavoro.
Serve un soggetto riformista capace di dettare le regole di una società aperta e responsabile nella quale la insopprimibile aspirazione di ognuno a realizzare le proprie scelte di vita si accompagni alla consapevolezza dei diritti e dei doveri e al primato dell’interesse generale e dello spirito pubblico.
E’ possibile costruire un soggetto riformista di questa natura? Capace di chiamare a raccolta le migliori energie del Paese di unirle in un progetto di rinascita della nazione ?
Proprio l’esperienza dell’Ulivo ci dice di sì.
Perchè l’Ulivo ci ha consentito di misurare la possibilità di una risposta riformista unitaria fondata sull’incontro tra i diversi riformismi, la loro reciproca contaminazione culturale, la maturazione di valori, progetti e azioni comuni.
Comune è la visione internazionale ispirata al valore della pace, non disgiunto dall’assunzione di responsabilità nel quadro multilaterale, come ci chiede l’articolo 11 della Costituzione.
Comune è l’impegno europeista: l’Europa come compimento della nostra vocazione nazionale nell’era della globalizzazione; l’Europa come strumento di integrazione pacifica in un’area di stabilità, democrazia, sviluppo; l’Europa come protagonista della politica internazionale; l’Europa come modello sociale.
Comune è l’impegno per i diritti umani e per le libertà democratiche e comune è la lotta per la loro affermazione nel mondo.
Comune è la concezione della democrazia, fondata sulla centralità delle istituzioni rappresentative, a cominciare dal Parlamento, su una visione partecipativa della politica, attraverso partiti rinnovati, e su una cultura della sussidiarietà, che valorizzi ad un tempo le autonomie locali e regionali e i corpi intermedi.
Comune è il valore della libertà e dell’intrapresa nell’economia di mercato, mai disgiunto dalla promozione dell’uguaglianza e della solidarietà sociale, attraverso un welfare universalistico e selettivo, che può essere efficacemente difeso solo accettando la sfida della sua riforma e innovazione.
Comune è la consapevolezza della crucialità della conoscenza come fattore di sviluppo e competitività e insieme di nuova centralità del lavoro.
Comune è l’impegno per uno sviluppo ecologicamente e socialmente sostenibile in grado di riconoscere e tutelare natura, specie e generi.
Insomma, non è difficile individuare i tratti del riformismo su cui fondare il Partito Democratico.
Si tratta, come è evidente, della piattaforma culturale di un partito riformista, non di un partito moderato.
Serve un Partito Democratico non perché bisogna assecondare una deriva moderata o centrista, ma per affermare una politica progressista e riformista che, in quanto persegua una vocazione maggioritaria, possa conquistare anche i moderati.
E, d’altra parte, il fatto che nell’elettorato dei DS – un partito di sinistra – si manifesti la più alta percentuale degli elettori dell’Ulivo conferma quanto sia infondata una interpretazione del progetto riformista come slittamento centrista.
E, infine, un nuovo soggetto politico riformista – ed è questa una terza motivazione forte - è richiesto anche da una transizione istituzionale non accompagnata da una corrispondente ridefinizione degli attori politici in campo.
Dal ’92 ad oggi in Italia sono cambiate le leggi elettorali, è stato riformato il Titolo V, si sono cambiate molte norme che regolano la vita della pubblica amministrazione. Ma tutto questo non è bastato a dare compiutezza al sistema bipolare, che anzi con la legge elettorale voluta dalla destra è stato indebolito, proprio a vantaggio di un ritorno di proporzionalismo che favorisce la frammentazione politica.
E i partiti politici italiani, cresciuti alimentandosi della cultura proporzionalista, tendono a riproporre continuamente comportamenti che contrastano con l’evoluzione del sistema politico verso un assetto compiutamente bipolare.
Insomma: proprio l’esperienza di questi ultimi quindici anni ci insegna che riforme istituzionali e costituzionali per potersi realizzare necessitano di una contestuale riforma dei soggetti politici.
D’altra parte guardando all’Europa si può ben constatare che ovunque i sistemi politici sono caratterizzati da tre regole: in primo luogo tendono ad articolarsi attorno a due opzioni, una progressista e una conservatrice. Ed è così anche in Italia. In secondo luogo quasi ovunque queste due opzioni non si riconoscono in due partiti, ma in due coalizioni pluripartitiche. Ed è così anche in Italia. E, infine– caratteristica assai più labile in Italia - ovunque la solidità delle due coalizioni è assicurata, in ognuna di esse, da una forza principale di vasto radicamento sociale, di largo consenso elettorale, di forte cultura di governo.
E’ esattamente per colmare questa lacuna nel sistema politico italiano che serve il partito dell’Ulivo. Tanto più oggi, dopo il voto del 10-11 aprile, vinto da una coalizione di centrosinistra larga, obiettivamente esposta a rischi di fragilità e distinzioni.
Peraltro la sconfitta di Berlusconi e la crisi del berlusconismo rendono possibile e probabile la scomposizione della Casa delle libertà, aprendo nella politica italiana scenari nuovi, ricchi di potenzialità e di incognite.
In questa fase nuova, che sarà di movimento, noi dobbiamo porre a noi stessi e ai nostri interlocutori due obiettivi fondamentali: tenere ferma la conquista del bipolarismo e stabilizzarla dando vita al grande soggetto riformista che da sempre manca all’Italia.
Solo in questo modo, potremo giocare un ruolo da protagonisti e non dovremo limitarci a subire l’iniziativa altrui.
Solo in questo modo, la possibile scomposizione e ricomposizione del quadro politico assumerà una connotazione progressiva e non regressiva: farà fare un passo avanti, quello decisivo, alla democrazia italiana, nel senso della normalità europea; e non un passo indietro, nel segno ambiguo della nostra anomalia.
Solo così sarà possibile arginare trasformismi politici e sconfiggere quegli umori antipolitici che facilmente possono trasformarsi in derive populistiche e plebiscitarie.
* * * *
Sulla strada di questo progetto, non possiamo e non dobbiamo nasconderci, naturalmente, che nell’Ulivo ci sono anche questioni che ci dividono. E su cui è necessario promuovere e sviluppare un confronto e una ricerca che verifichi le effettive possibilità di un agire comune.
Così è per le questioni cosiddette antropologiche o eticamente sensibili, che hanno a che fare con la vita e la morte, la sessualità e la famiglia. Temi su cui è del tutto ovvio che vi siano approcci culturali, etici o religiosi diversi.
E tuttavia, proprio dall’esperienza faticosa e difficile degli scorsi anni, abbiamo imparato anche su questi temi la via del confronto, del dialogo ravvicinato, della mediazione alta, non è solo un vincolo, ma la sola via maestra per produrre soluzioni mature e consapevoli della complessità e della delicatezza dei valori in gioco.
Tanto più quando nessun pensiero può dire di avere già oggi risposte esaustive e adeguate a interrogativi inediti, suscitati dal progresso scientifico e dal rapporto assai più stretto e interdipendente tra scienza, tecnologia e vita.
I primi risultati raggiunti nel programma dell’Unione sul riconoscimento giuridico dei diritti delle persone che vivono nelle unioni di fatto – confermati proprio in questi giorni dalla sentenza della Cassazione - o sulla disciplina del testamento biologico, sono importanti acquisizioni unitarie di contenuto, che indicano anche la fecondità del metodo della mediazione.
Così come è un altro segnale incoraggiante l’avvio del confronto parlamentare sulla posizione assunta in sede europea dal ministro Mussi, a nome del governo italiano, in materia di vincoli etici alla ricerca sulle cellule staminali, ha visto la tenuta dell’unità della maggioranza, nella comune ricerca di un punto di sintesi,
In ogni caso, noi non temiamo il confronto, lo ricerchiamo.
Su questi temi noi non ci rassegnamo alla coabitazione di diversità irriducibili. Ferma restando la libertà di coscienza, che è un valore incomprimibile, noi ci siamo sforzati e continuiamo ad impegnarci nella ricerca di punti d’incontro, di sintesi condivise, a partire dal reciproco farsi carico di punti di partenza diversi.
Nutriamo l’ambizione di ritenere che questa nostra positiva esperienza possa tornare utile all’Ulivo, al nuovo partito che dovrà riconoscere la pari dignità e la piena cittadinanza a tutte le posizioni politico-culturali, ma anche promuovere il dialogo e la ricerca di sintesi politiche comuni in funzioni di obiettivi irrinunciabili: la piena tutela delle scelte di vita di ciascuno; la universalità e l’uguaglianza dei diritti; la libertà delle donne da ogni forma di oppressione e negazione del loro genere; la possibilità per ogni persona di esercitare la propria libertà nella responsabilità.
Questa è anche la via maestra, care compagne e cari compagni, per riaffermare la laicità della politica. Che non è messa in pericolo dalla forza con la quale questa o quella confessione religiosa manifesta il suo credo religioso, o le sue convinzioni morali, o anche auspica o invita i cittadini ad assumere una determinata gerarchia di priorità politiche.
La laicità della politica, in un sistema democratico, può essere messa in dubbio solo dalla politica stessa, dalla sua debolezza, dalla sua subalternità. Per esempio dall’affannosa ricerca di legittimazione da parte di partiti piccoli e deboli.
La laicità della politica, non solo non verrà messa in discussione, ma avrà molto da guadagnare dall’avvento sulla scena politica italiana di un grande partito riformista, plurale nelle sue radici culturali, capace di dare piena cittadinanza a credenti, non credenti, diversamente credenti.
Un partito non solo rispettoso di tutte le chiese e le confessioni religiose, ma attento alle loro sollecitazioni, al loro punto di vista, spesso capace di cogliere aspetti della vita dell’umanità contemporanea che la politica fatica a percepire.
Ma allo stesso tempo, un partito che rivendica a sè quel che solo la politica può e deve dare: la sintesi tra le diverse aspirazioni di principio, in vista della produzione di norme e regole impegnative per tutta la comunità civile.
Questa è la laicità della politica, questo è il modo vero di difenderla e di promuoverla nelle società pluraliste e democratiche.
Su questo punto dovremo approfondire il confronto nell’Ulivo, così come sarà necessario continuare il confronto sulla collocazione internazionale del nuovo partito.
La piena consapevolezza del carattere plurale di un Partito Democratico che realizzi in Italia l'incontro tra culture e riformismi diversi, non può, infatti, offuscare che nel panorama europeo la stragrande maggioranza delle forze politiche che si richiamano al campo progressista, democratico e riformista sono socialiste e socialdemocratiche.
Nè si può certo prescindere dal mutamento di pelle del PPE, innescato proprio dalla crisi della DC italiana che , all’inizio degli anni ’90, determinò il venir meno di quell’asse preferenziale tra le due principali Democrazie Cristiane del continente - la Dc italiana e la Dc tedesca – su cui si reggeva il PPE. Helmut Kohl, per evitare il rischio di una solitudine minoritaria, guidò la trasformazione del PPE da partito europeo dei democratici cristiani a partito dei moderati e conservatori, aprendo le porte ai popolari di Aznar, ai conservatori inglesi, a Forza Italia e ad altri ancora.
Un processo che, a sua volta, ha portato alla nascita di nuove aggregazioni, quali ad esempio il Partito Democratico Europeo (PDE) promosso dalla Margherita insieme ad alcune forze di ispirazione liberaldemocratica e cristiano progressista non disponibili ad accettare la deriva conservatrice del PPE.
E tutto questo sollecita la principale famiglia riformista europea, il PSE – in cui oggi siedono partiti socialisti e socialdemocratici di ogni paese europeo e tra essi DS e SDI che del PSE sono stati fondatori nel ’92 - ad aprirsi a un incontro con altre esperienze riformiste e progressiste, quali quelle di ispirazione cristiana, liberal-democratica e ambientalista.
Proprio chi, come noi, crede nell’Unione Europea come il luogo, lo spazio, la dimensione del nostro futuro non può non pensare il riformismo e la sua forma politica in quella dimensione.
Un Partito Democratico e riformista italiano non potrà che essere profondamente europeo e operare per l’unità dei riformisti europei e l’esperienza dell’Ulivo può concorrere all’incontro, anche su scala europea, tra le diverse famiglie riformiste.
Non è, dunque, irrealistico porsi l’obiettivo di costruire un rapporto tra il Partito Democratico italiano e la famiglia socialista europea nel segno di un comune impegno per una più larga unità del riformismo europeo.
Una ricerca di incontro che va oltre gli stessi confini del vecchio continente: proprio in questi giorni una autorevole delegazione del PSE guidata dal Presidente gruppo parlamentare socialista Martin Schultz - e di cui ha fatto parte anche Nicola Zingaretti – si è recata negli Stati Uniti per avviare forme di collaborazione tra PSE e Partito Democratico americano.
D’altra parte non va dimenticato che l’Internazionale Socialista già oggi annovera tra i suoi 185 membri non solo partiti socialdemocratici, ma forze progressiste, democratiche, riformiste di diverse identità, quali l’ANC sudafricana di Nelson Mandela, il PT brasiliano di Lula, il Partito del Popolo pakistano di Benazir Bhutto. E da alcuni anni opera una forma di “dialogo strutturato” tra Internazionale Socialista e Partito Democratico americano, il cui Istituto per le relazioni internazionali - “NDI” - è già membro associato della I.S.
Sappiamo bene che la collocazione internazionale ed europea del nuovo Ulivo è forse uno dei passaggi più delicati e anche per questo noi, forti di un’adesione convinta al PSE e all’Internazionale Socialista, sentiamo la responsabilità di agire per costruire con pazienza e innovazione una soluzione coerente sia con il profilo riformista del Partito Democratico, sia col suo pluralismo costitutivo.
E di questo abbiamo già cominciato a discutere con i leaders dei principali partiti socialisti europei, anch’essi peraltro interessati ad assecondare un’evoluzione del sistema politico italiano nel segno del riformismo.
* * * *
Esistono dunque precise ragioni sociali e politico-istituzionali che portano ad affermare che serve un “Partito Democratico”.
Un nuovo partito non serve per risolvere un problema contingente di leadership, né può essere l’espediente temporaneo per tamponare un eccesso di conflittualità politica tra partiti alleati.
Un nuovo partito è necessario per dare risposte strategiche alle domande di rappresentanza e di governo che emergono dalla società.
La funzione primaria di un partito politico è guidare una nazione, pensarla e collocarla negli orizzonti più larghi del mondo, concorrere alla costruzione di identità collettive e radicarle in un sistema di valori condivisi, promuovere coesione sociale e senso di appartenenza, coniugare partecipazione e decisione, selezionare una classe dirigente e plasmarla intorno a valori forti.
Per chi crede nella democrazia, questa funzione non è affatto scomparsa nel tempo liquido della modernità, ma acquisisce un’attualità, un’urgenza ancora più stringenti.
Insomma il nostro problema, la questione di fondo che dobbiamo affrontare, è come si declina la funzione nazionale e dirigente in una società che tende ad essere sempre più organizzata intorno alle persone e non solo alle identità sociali collettive; una società nella quale il primato dell’interesse generale è insidiato dall’emergere di vecchi e nuovi corporativismi; una società nella quale, le maggiori opportunità di libertà, autonomia, realizzazione non mettono al riparo da nuovi rischi di precarietà, emarginazione, incomunicabilità. E il ruolo della politica, dei partiti, si ritrova essenzialmente nell’esigenza, solo apparentemente banale, di ampliare il più possibile quelle opportunità e ridurre il più possibile i rischi.
Se riportiamo questi temi di riflessione sul terreno della società italiana di oggi, ci rendiamo conto che non si tratta di astrazioni.
L’Italia è avviluppata in un paradosso: da un lato la staticità demografica, lo storico squilibrio tra nord e sud, il minore investimento in sapere, la scarsa mobilità sociale, il deficit di produttività e innovazione, la resistenza tenace dei grumi corporativi all’affermazione di una vera meritocrazia, ci parlano di un Paese ingessato e lento, che spesso non riesce a sintonizzarsi con i cambiamenti indotti dalla globalizzazione, dall’integrazione europea e dalla società della comunicazione.
Per altro lato l’Italia gode di potenzialità enormi: la forza di un sistema produttivo di milioni di imprese, fondato su uno spirito di intraprendenza diffuso e dinamico; uno straordinario “capitale umano” di sapere e saper fare; la ricchezza ineguagliabile del nostro patrimonio storico, culturale, ambientale; la collocazione strategica tra Oriente e Occidente, che offre la opportunità di proporsi come protagonisti di un rinnovato dialogo interculturale.
Tutto questo ci parla di un Paese che ha tutte le potenzialità per un nuovo periodo di crescita, di modernizzazione, fino alla possibilità di tornare ad assolvere una funzione importante e positiva per la crescita dell’Europa unita e per il suo ruolo sulla scena mondiale.
La stessa sofferta conquista del titolo mondiale di calcio è metafora della straordinaria capacità dell’Italia di saper vincere le sfide più difficili, se sollecitata nel proprio orgoglio e nella propria dignità.
Non sarà il mercato a sciogliere questo paradosso, né saranno in grado di farlo la politica e lo Stato se rimangono così come sono.
Ed è per questo che spetta alle forze riformiste la responsabilità di realizzare questo obiettivo. Ed è questa la ragione forte per cui serve che l’Ulivo sia un partito grande, credibile e radicato.
Queste osservazioni rendono evidente come non si possa circoscrivere un progetto politico così ambizioso agli angusti confini di una sola “fusione fredda” tra DS e Margherita.
Questi due partiti sono stati, insieme a Romano Prodi i promotori dell’Ulivo. E continueranno ad esserne i protagonisti. Ma se l’intesa tra DS e Margherita è condizione necessaria, può da sola non essere sufficiente per far vivere pienamente l’esperienza dell’Ulivo e la sua evoluzione in un nuovo Partito Democratico.
In questi dieci anni, altre forze politiche - i socialisti dello SDI e i Repubblicani del MRE - altre soggettività culturali e sociali hanno partecipato in varie forme e in varia misura al progetto dell’Ulivo, così come un ricco tessuto associativo e molteplici esperienze civiche maturate a livello locale: tutte forze che oggi possono collocarsi con naturalezza nella prospettiva di un grande partito democratico e riformista.
Così come un grande Partito Democratico e riformista è il naturale riferimento per tanta parte di quei 4 milioni e 300 mila cittadini che parteciparono alle primarie con così grande passione proprio per esprimere una domanda di unità.
Anzi, la attrattività dell’Ulivo dipende proprio dalla sua capacità di aprirsi all’adesione e alla partecipazione di una pluralità di soggetti costituenti: partiti, sindaci e amministratori, associazionismo democratico e civico, società civile.
Non è senza significato che da dieci anni ormai gli elettori manifestino di riconoscersi di più in simboli e proposte unitarie. Non era così ieri. L’esperienza di tempi passati ammoniva i partiti a presentarsi distinti per raccogliere consensi marcando le identità e le reciproche differenze. E gli elettori in una società segnata da ideologie, appartenenze sociali, campi culturali si riconoscevano.
Ma oggi accade esattamente il contrario a conferma di una fluidità e complessità che richiede ancor più di ieri sintesi e rappresentazioni unitarie.
E’ dunque decisivo che fin dall’inizio si avvii un percorso che raccolga e valorizzi queste diverse energie, non proponendo loro un progetto a scatola chiusa, ma manifestando concretamente la volontà di costruire “insieme” un progetto aperto, innovativo, partecipativo.
Penso ad un processo costituente di cui siano attori non soltanto esponenti dei Ds e della Margherita, ma personalità della cultura, delle professioni, del lavoro, nonché rappresentanti di quel ricco tessuto civico e sociale che in questi anni si è riconosciuto nell’Ulivo, in Romano Prodi, nelle Primarie.
La stessa tensione partecipativa dovrà ispirare la individuazione delle forme di organizzazione del nuovo partito, andando oltre le forme rigide e centralizzate che hanno caratterizzato le strutture dei partiti del Novecento.
Qui c’e un altro campo di ricerca impegnativo e affascinante.
Dovrà essere un partito popolare capace di rappresentare bisogni e domande di settori sociali ampi, a partire dai più umili.
Dovrà essere un partito democratico, fondato su una cultura della partecipazione e nel quale ogni aderente abbia diritti certi e dove sia i dirigenti, sia i candidati elettivi a incarichi pubblici e istituzionali siano scelti con forme democratiche.
Dovrà essere un partito federale che tenga conto della nuova configurazione istituzionale regionalista e del ruolo che già oggi esercitano Sindaci e amministratori pubblici come parte della classe dirigente nazionale.
E tutto questo dovremo farlo vivere con una forma organizzativa in cui si riconoscano tutti i diversi soggetti costituenti, consentendo a ciascuno di essi di essere partecipe, con pari dignità, del nuovo partito.
Si possono esaminare diverse configurazioni e forme organizzative - e naturalmente anche questo è un campo aperto di ricerca e di discussione – purchè il nuovo soggetto politico abbia un gruppo dirigente, una piattaforma comune, un’azione politica e una visibilità unitaria.
E naturalmente, i passaggi politici e organizzativi vanno sostenuti con un intenso lavoro di ricerca politico-culturale, con strumenti – quali riviste, scuole di formazione, think-tanks programmatici - che accompagnino ed arricchiscano il processo politico favorendo, così contaminazioni culturali reciproche e la costruzione di quella koiné, quel linguaggio comune, indispensabile perché un nuovo partito viva di vita propria, parli alla società e sappia attrarre tante energie nuove.
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Come si vede le questioni su cui riflettere, discutere e ricercare non sono poche. E tuttavia nessuno dei problemi che stanno di fronte a noi è insolubile e le ragioni forti che sostengono l’obiettivo del Partito Democratico spingono a cimentarsi quanto meno per verificare se un progetto così ambizioso è praticabile oppure no.
Per questo serve una discussione ispirata da un approccio libero e disponibile.
So bene che nelle nostre file non sono pochi i compagni che si interrogano sulla reale praticabilità di un progetto così complesso. E so che tra essi vi sono compagne e compagni che non hanno temuto, nel passato, di cimentarsi con scelte difficili e coraggiose, come la svolta dell’89.
Per questo lasciamo fuori dalla nostra discussione le caricature: chi crede in questo progetto non è un “liquidatore” e anzi vi vede una ulteriore tappa volta a dare alla sinistra italiana ruolo e funzione nazionale.
Chi ha dei dubbi o delle contrarietà non è un “conservatore”, ma si interroga anch’esso su come dare alla sinistra il massimo di efficacia per affermare i suoi valori.
Aggiungo: possiamo condurre questa discussione in modo unitario e aperto perchè sicuri della nostra identità, di partito della sinistra riformista, riconosciuto come tale in Italia, in Europa e nel mondo.
Voglio dire, cioè, che non siamo un partito smarrito, alla ricerca di una identità e di un tetto.
Alle nostre spalle sta un cammino, spesso travagliato, ma vero e fecondo con il quale abbiamo fatto tutti i conti con la storia.
Quel che sta di fronte a noi non è una mutazione genetica, né l’ennesimo nuovo inizio.
No, di fronte a noi sta una scelta coerente. Coerente con il cammino intrapreso 17 anni fa, con la “svolta”. Coerente con la costituzione dei Democratici di Sinistra Coerente con la scelta dell’Ulivo. Coerente con le scelte che abbiamo compiuto a Pesaro. Coerente con il profilo riformista che abbiamo reso evidente nel Congresso di Roma.
Coerente con il profilo di una forza di sinistra, che si riconosce nei valori del riformismo socialista e socialdemocratico e si propone di farli incontrare con altri riformismi costruendo un comune progetto di progresso, di emancipazione, di solidarietà, di libertà.
Proprio per questo dico: discutiamo apertamente, costruiamo insieme i tempi e i modi della nostra ricerca, misuriamoci con gli altri soggetti interessati.
E’ evidente che un passaggio Congressuale è ineludibile.
Importante è giungere al Congresso avendo maturato una riflessione, una discussione – tra noi e non solo tra noi – e messo a punto proposte.
Un Congresso si convoca non su un’intenzione, ma su un progetto e su una proposta che consenta a ciascuno di pronunciarsi con nozione di causa e convinzione.
Quel che serve oggi non è precipitarsi in una conta referendaria, ma aprire un cantiere di ricerca e discussione. E’ una sollecitazione che non facciamo solo a noi stessi, ma a tutti i nostri partners.
Per questo confronto c’è bisogno del contributo di tutti, anche di un punto di vista critico come quello rappresentato dalle minoranze.
Se la preoccupazione è quella di uno spostamento moderato, quale più forte garanzia che partecipare insieme a questo confronto per delineare i contenuti e le forme di questo progetto.
Non chiedo a nessuno di rinunciare alle proprie convinzioni; chiedo a tutti di farle vivere, con spirito unitario, dentro al processo che vogliamo costruire.
Se la preoccupazione è quella del fatto compiuto la risposta è che nessuna decisione sarà presa senza il coinvolgimento diretto dei 600.000 iscritti ai Democratici di Sinistra e alla Sinistra Giovanile.
Peraltro dal 2001 ad oggi nessuna scelta è stata assunta in sedi ristrette e oligarchiche. Tutte sono state frutto di discussioni che hanno investito il Partito, i suoi organismi dirigenti, i suoi iscritti.
E una fase ricca di confronto, ricerca, discussione ci debbono servire proprio a individuare i profili del progetto su cui è del tutto evidente che, a quel punto, la parola spetterà agli iscritti.
I tanti appuntamenti promossi in queste settimane e per la ripresa autunnale possono, dunque, essere utili occasioni per sbozzare la materia, individuare le priorità su cui discutere, promuovere confronto.
Per questo propongo che, da domani, si apra in tutto il nostro Partito una prima fase di discussione sulla base dei lavori di questo nostro Consiglio nazionale.
E peraltro la stagione delle Feste de l’Unità e la Festa nazionale di settembre a Pesaro potranno contribuire ed allargare una discussione aperta e serena.
Alla ripresa autunnale convocheremo una nuova riunione del Consiglio nazionale che, facendo un primo bilancio della nostra discussione, individui le tappe e il percorso successivo, ivi compreso i tempi più utili e opportuni per realizzare nel 2007 il Congresso del nostro partito. Naturalmente facendo procedere il nostro percorso con tempi e modi concordati con gli altri soggetti interessati.
E in tale contesto sarebbe di grande utilità se Romano Prodi – nella sua qualità di leader dell’Ulivo – promuovesse nel prossimo settembre, all’avvio della ripresa politica, una “due giorni” di riflessione politico-culturale, chiamando a raccolta dirigenti dei partiti, esponenti dell’associazionismo, amministratori pubblici, saperi e competenze per ragionare insieme sugli assi fondamentali che possono reggere il progetto del Partito Democratico.
E a partire da lì sarà possibile individuare le modalità e il percorso con cui elaborare una Carta dei valori e individuare regole e forme del soggetto politico.
Noi DS, in ogni caso, intendiamo onorare al meglio la fiducia riposta in noi dagli elettori. Per questo sentiamo la responsabilità di operare perchè la maggioranza di governo sia coesa e unita in ragione da consentire a Romano Prodi e al suo esecutivo di proseguire il suo programma e i suoi obiettivi.
Così come ci sentiamo impegnati a far vivere l’Ulivo, nelle forme fino ad oggi decise e adottate in Parlamento e allargando l’esperienza dei Gruppi dell’Ulivo nelle assemblee elettive locali e regionali.
Ancora una volta la nostra risorsa principale sarà la nostra gente. Quei tanti uomini e donne la cui passione, generosità, dedizione sono stati decisivi - e ancora lo saranno - per cambiare l’Italia e affermare i valori della sinistra.
Dobbiamo essere consapevoli che il nostro ruolo è centrale, che questo progetto può realizzarsi se noi abbiamo la determinazione ad esserne protagonisti come è avvenuto in tutti questi anni, con la nostra capacità di interpretare una funzione di direzione senza arroganze, senza iattanze, in uno spirito unitario e con la consapevolezza della nostra centralità.
Tutta la nostra storia ci ha insegnato che la nostra forza è feconda se non è vissuta in solitudine.
Noi vogliamo essere lievito, forza aggregante, motore unitario.
Quanto più uniremo, tanto più la nostra funzione dirigente sarà utile alla sinistra e all’Italia.
Quanto più saremo fattore di unità, tanto più i cittadini si riconosceranno in noi e nella nostra politica.
Chi sente forti le proprie ragioni, robuste le sue radici, grandi le idee per le quali lotta, non ha paura di aprirsi, di incontrarsi con altri, di unire storie, culture, forze, organizzazioni, in un comune impegno al servizio del Paese.
Ecco questa è la nostra sfida, questa è la scelta riformista.
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