04 novembre 2006

la comuntà un pittore e un medico

Come pensare ad un’idea di comunità all’interno della quale è possibile una comunicazione costruttiva? Come già successo nel passato nell’ambito dei partiti più tradizionali, il rischio che ci ritroviamo solo propaganda, un rito vuoto e alienante, un di più di rumore, e visibilità che sollecita consenso su un terreno su cui non si è ancora costruito nulla.
Come immaginiamo una comunità all’interno della quale collocare la nostra soggettività politica? Forse oltre che interrogarsi su come accogliere attori spontanei o da intercettare, si potrebbe riflettere sulle possibili relazioni che possono intercorrere tra questi, cosa si trasforma l’insieme della comunità sotto la spinta di queste relazion? La vecchia idea che ci sia un centro di cui io naturalmente faccio parte che “irradia” e una periferia intesa come uno sconfinata giungla da recuperare ad un più razionale utilizzo, neanche si trattasse di terra vergine da coltivare, è un idea, un modo di vedere lo sviluppo del consenso, piuttosto “vecchia “. Un mio amico pittore mi raccontava come nel quadro non cercava di dipingere la sedia o la bottiglia sul tavolo, ma si concentrava sull’aria che c’era tra quella sedia e quella bottiglia.
Lui voleva tenatare di cogliere nei rapporti cromatici e materici tra i diversi oggetti, quell’intuizione sulla luminosità dell’atmosfera che accendesse il suo sentimento profondo di appartenza.
Mi diceva un medico che oggi gli scienziati che studiano il cancro stanno spostando la loro attenzione sempre più dalla cellula allo spazio intermedio tra cellule, ai tessuti interconnettivi, al vuoto intorno, a quel campo di interdipendenza ricco di invisibili connessioni dal quale ci aspettiamo nuove e decisive informazioni sulla vita biologica nel nostro pianeta.
Sono convinto che se guardiamo al Partito Democratico come il vecchio scienziato guardava la cellula o l’inesperto pittore cercava la forma della sedia o della bottiglia, sarebbe come disegnare un cerchio su un foglio, metterci sopra un etichetta e riversarci dentro quante più cose ci vengono in mente.
Praticamente un delitto! Il pericolo è infatti accatastare parole e immagini per riempire quel cerchio da sventolare poi come una bandiera. Fino a che dal nostro fallimento dalla rabbia e dal rancore non si sveglierà qualcuno vestito di nuovo che si scoprirà più puro di noi e costruirà un nuovo cerchio dentro il quale inserire le stesse parole…
Essere insoddisfatti delle forme politiche attuali non significa avere già dentro i geni dei costruttori di futuro, si fa presto a darci pacche sulle spalle tra noi ma poi….
Costruire relazioni per noi è sicuramente qualcosa di più di uno sforzo di lavoro e di testimonianza è spazio di ricerca, movimento di idee e di persone. Qualcosa che ci può aiuatare a sentirci nuovi.


Stefano.

1 Comments:

At 05 novembre, 2006 11:46, Daniela Gentili said...

Credo che Stefano abbia toccato un punto molto importante....
Non è la sommatoria di individui ma le relazioni tra questi che fanno la differenza..
Come la chimica insegna è quella "magia" di relazioni, reazioni ed effetti che in un'ampolla possono generare, con l'enzima "democratico", una magica pozione... nuova... unica...
Partendo ognuno dalla propria identità, dalla propria storia o meglio dall’ “elemento” è possibile produrre un risultato diverso… ed ogni giorno diverso, più complesso, forse, ma più ricco.
In natura nulla si distrugge… e noi non vorremmo questo.. ma proporre una nuova combinazione, aperta a recepire nuovi “elementi”, aperta a scoprire nuove interazioni, che possa, dopo un percorso di sperimentazione, produrre un passo avanti nella normale e sacrosanta “evoluzione”…

 

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